Dagli Usa aperture di credito al neopresidente iraniano Rohani. E anche Israele lancia segnali

La comunità internazionale si apre a una cauta speranza, il governo israeliano resta diffidente e raccomanda di tenere la guardia alta. Pur avendo ormai da anni gli occhi puntati su Teheran, nella persuasione che i suoi piani nucleari rappresentino una minaccia potenziale alla propria esistenza, lo Stato ebraico in realtà fatica a decifrare il significato delle elezioni in Iran che hanno portato al potere Hassan Rohani, come confermano i diversi toni fra il premier Benyamin Netanyahu e il presidente Shimon Peres. Ma a prevalere è uno scetticismo che fa da controcanto ai primi commenti positivi degli Usa e dei governi europei. Dalla Casa Bianca a farsi sentire è il capo dello staff di Barack Obama, Denis McDonough, che saluta l’elezione di Rohani come «un segnale di speranza». Assicurando che se il nuovo presidente «é davvero interessato a ristabilire le relazioni con la comunità internazionale, e se Teheran rispetterà i suoi obblighi sul fronte del programma nucleare, troverà negli Stati Uniti un partner». Un’apertura di credito, seppur condizionata, che lascia evidentemente freddo Netanyahu. «Una reazione pavloviana», ha commentato subito sul web, con accenti polemici, un analista del giornale liberal Haaretz. Mentre meno pessimista del premier sembra mostrarsi anche il capo dello Stato Peres che ha spiegato che l’esito delle elezioni in Iran rappresenta a suo giudizio una sconfitta per Khamenei. La vittoria di Rohani, ha aggiunto il vecchio premio Nobel per la pace, è «una buona notizia». Anche se i suoi progetti politici non sono ancora noti, «egli sarà certamente meglio del predecessore», Mahmud Ahmadinejad.

Intanto, con la sua sola elezione a nuovo presidente dell’Iran, le sue credenziali di ex-negoziatore incline al compromesso, il moderato Hassan Rohani ha già messo a segno un primo punto: spingendo nel campo dell’Occidente la “palla” del comatoso negoziato sui limiti da porre al programma nucleare iraniano: è l’opinione di un commentatore di spicco iraniano il quale peraltro, giudica accidentato, sul fronte delle sfide interne, il cammino che Rohani dovrà compiere. L’analista e docente di geopolitica Pirouz Mojtahedzadeh, in dichiarazioni all’agenzia iraniana Isna, prevede «che nella politica estera dell’Iran sicuramente ci saranno alcuni cambiamenti rispetto al modo in cui verranno condotti i colloqui e i negoziati. E dopo questi cambiamenti non vi potrà essere dubbio, almeno per gli Usa, che l’Iran vuole risolvere la questione del nucleare ed è pronto a farlo». Insomma: ora la palla passa nel campo degli Usa e dei suoi alleati. Sul fronte interno, Mojtahedzadeh – nell’evocare la necessità di più grandi passi verso la democrazia – si richiama al processo di preselezione delle candidature, che parzialmente falsano le competizioni elettorali in Iran.