Trent’anni fa l’ultimo numero de “La Voce della Fogna”, la rivista che insegnò alla destra a ridere di se stessa

Nella primavera del 1983, trent’anni fa, finiva una delle esperienze editoriali più interessanti germinate dal mondo della destra italiana. Stiamo parlando del “giornale differente” La Voce della Fogna, ideato dal politologo fiorentino Marco Tarchi (allora poco più che ventenne dirigente giovanile del Msi) e “stimolato” dalla Nouvelle Droite francese, presente sulla nuova rivista nata nel 1974 tramite Jack Marchal, autore di un’apposita rubrica sul rock ma ancor di più delle strisce che resero popolare (a destra e non solo) il “topo” portavoce della testata. Ovviamente a tre decenni di distanza da quell’esperienza il gioco rievocativo può far indulgere a celebrazioni esagerate: certo La Voce della Fogna non cambiò il costume dei giovani italiani ma influì, e profondamente, sugli atteggiamenti del mondo giovanile della destra.

Innanzitutto, come ha sottolineato Marco De Troia nella sua storia del Fronte della Gioventù (Settimo Sigillo, 2001) quell’iniziativa editoriale cambiò il modo di intendere il giornale politico, virando dai contenuti nostalgici e rievocativi verso quelli più in sintonia con i gusti dei ventenni dell’epoca. Un giornale che non voleva innalzare muri di separazione tra buoni e cattivi ma lanciare un ponte verso il dialogo. Nel primo editoriale della rivista (“Oggi le catacombe si chiamano fogne”) Marco Tarchi scriveva così: “Perché le fogne?! Tutto fuori puzza! Orrendo è il fetore dei mezzi di disinformazione, che presto scopriranno un grave attentato fascista anche negli asili… Se la superficie puzza, il profumo si è rifugiato nelle fogne, svuotatesi ormai di tutta la melma salita verso il potere. È un profumo raro, leggero, che pochi riescono a sentire. Ma esiste… La voce, dalle fogne, dove era stata ricacciata, sale. E cresce…”.

Una voce destinate a lasciare traccia: da allora non vi è storia della destra che non menzioni quel giornale irriverente e che non ne faccia un bilancio storico, disegnando i confini di un’eredità innegabile nei decenni successivi. Secondo Luciano Lanna e Filippo Rossi, autori di Fascisti immaginari, il merito della testata fu di avere compreso, prima di altri, che il neofascismo era morto. Ma il topo che campeggiava sulle famose copertine de La Voce della Fogna è rimasto vivo e vegeto, un’icona della capacità reattiva di un ambiente che anziché piangersi addosso provava a spiazzare gli avversari. E ancora oggi, trent’anni dopo, diventa copertina di un romanzo, Fascistelli, scritto da un giovane regista e autore teatrale, Stefano Angelucci Marino, a dimostrazione della sua vitalità simbolica.

Mario Bozzi Sentieri, che ha pazientemente compilato una storia delle riviste di destra (Dal neofascismo alla nuova destra- le riviste 1944-1994, ediz. Pagine) concorda sul fatto che La Voce della Fogna costituì “un momento di rottura epocale in termini di linguaggio e di contenuti”.  Per la prima volta – continua – “si sono affrontati i temi tipici delle tendenze giovanili dell’epoca, ci siamo innamorati della biopolitica , eravamo affascinati dalla metapolitica, la prima fase de La Voce della Fogna è stata questo. Poi c’è stato un discorso di ridefinizione ideologica di tutto un mondo per superare  vecchi schematismi culturali e per andare al di là della destra e della sinistra”. La Voce della Fogna era, però, anche un giornale politico, “di completa rottura rispetto a un certo neofascismo folkloristico”. Un “azzardo” che costò a Marco Tarchi l’espulsione dopo la pubblicazione sul numero 25 della rivista (autunno 1980) di un falso resoconto del congresso missino (l’articolo fu attribuito a Tarchi ma in realtà era stato scritto da Stenio Solinas). “A rileggerla oggi – commenta Bozzi Sentieri – quella satira sembra all’acqua di rose, una cosa molto blanda rispetto ai veleni che sono stati sparsi dopo. Ma è chiaro che era solo un pretesto per liberarsi di un intellettuale scomodo come Tarchi”. E comincia così la terza fase della rivista, che diviene strumento di diffusione delle idee della Nuova Destra. Un compito che appunto nel 1983 passa a testate più approfondite e “serie” come Diorama e Trasgressioni.

Lo stesso Marco Tarchi, scrivendo di quell’esperienza, così ne traduce il senso: “Si constatava una realtà: la rude emarginazione quotidiana. Ma dall’underground delle catacombe qualcosa può nascere. Una neolingua da inventare, che prendesse le distanze dal destrese sezionale senza ricalcare i fonemi dell’avversario, tre pagine di fumetti, la voglia di far vedere che anche in materia di cinema, di musica rock , di costume, il diritto di esprimerci non poteva esserci negato. Incomprensioni, ostracismi, curiosità. E la sorpresa di aver sfondato, coagulando quel che fra le righe di tanti giornaletti ciclostilati era qua e là comparso, riprendendo il gusto di sghignazzarsi addosso, di scollarci di dosso il tetrume delle occasioni ufficiali” (Marco Tarchi, La rivoluzione impossibile, Vallecchi). Un tentativo fecondo che sicuramente venne imitato dal Fronte della gioventù per tutto il decennio degli anni Ottanta. Poi, è stata bagarre sia sulle eredità da conservare sia sui contenuti da ostentare sia sul linguaggio da utilizzare. Ma un elemento, a trent’anni di distanza, appare in modo innegabile: La Voce della Fogna fu il tentativo riuscito di un mondo ghettizzato di guardare “fuori” di passare dalle negazioni “assolute” alle affermazioni “condivise”. Oggi il mondo giovanile della destra appare soverchiato da un eccesso di ossessione identitaria ed è tentato, semmai, dal fare il percorso contrario. Ma questa è tutta un’altra storia, e tutta ancora da scrivere.