Cambiare volto alla Costituzione non è peccato, checché ne dica la sinistra

Convenzione per le riforme o articolo 138, la Costituzione italiana va cambiata. Scritta “contro” tutto ciò che c’era stato prima, non ha mai avuto uno sguardo verso il futuro. È sempre stata usata come una clava dalla sinistra per riaffermare la propria superiorità politica, culturale e storica. A sinistra si ritiene la Costituzione una “cosa loro”. Una specie di bibbia civile. Ma di Bibbia ne conosciamo una sola. Gli altri al massimo sono testi, modificabili e sempre perfettibili. In questi settant’anni di Repubblica, più volte abbiamo visto tentativi più o meno coraggiosi di cambiare la nostra Legge Fondamentale. Il più famoso resta quello della Bicamerale D’Alema, fallito per i reciproci sospetti delle due parti politiche. Gli unici ritocchi alla Costituzione degni di nota in questi ultimi decenni sono quelli al Titolo V, che hanno finito per peggiorare una Carta già di per sé non eccelsa.

La proposta di riforma della Casa della Libertà nel 2006 fu fermata dagli italiani, ma tanti anni dopo possiamo dire che non era la riforma che si sognava, nonostante i pur tanti aspetti positivi di quel testo, dalla riduzione dei parlamentari al premierato. Negli ultimi anni la sinistra si è chiusa a difesa della Costituzione, brandita contro l’avversario politico manco fosse una clava. Mentre dall’altra parte più spesso si è invocato un percorso di riforma, anche se sempre e solo della seconda parte. La prima sembra immodificabile, ma ovviamente non lo è. Però da qualche parte bisognerà pur partire. Oggi che la Convenzione per le riforme sembra esser stata definitivamente archiviata, tra il giubilo di chi non dimentica i precedenti risultati di tal tipo di commissioni, la partita si gioca in Parlamento. Dalla bozza Violante sino a nuove frontiere raggiungibili, l’obiettivo minimo deve essere quello di iniettare elementi innovativi come l’elezione diretta del presidente della Repubblica o un premierato forte, la fine del bicameralismo perfetto e il riequilibrio del Titolo V e una nuova concezione della magistratura. Tutti elementi estranei alla Costituzione del 1948, scritta per allungare i tempi delle decisioni e per non individuare mai un centro di responsabilità. Se si riesce a cambiare la Carta con tali alieni dentro, si getta il primo seme per cambiarla tutta, anche la prima parte, un manifesto programmatico scritto dalle culture politiche di centrosinistra del secondo dopoguerra. Un programma che ha prodotto uno stato cresciuto a dismisura, il quale occupa tutti i momenti del nostro vivere civile, in barba a quel principio della sussidiarietà sempre caro a chi sta a destra e crede nella persona e nei soggetti intermedi. Un programma mai applicato perché semplicemente non applicabile. Al contrario delle costituzioni liberali che imponevano al governo un “non-fare”, la nostra Carta è piena di obblighi di fare: la Repubblica “tutela”, “promuove”, “garantisce”.  E così via. Creando aspettative immense e infinite frustrazioni. Un testo che come disse qualcuno sarebbe andato bene anche per una qualsiasi democrazia reale. E non a caso il contributo della cultura marxista alla redazione della Costituzione fu immenso. Un programma scritto da cattolici sociali, in un’epoca dove il progressismo keynesiano sembrava trionfare ovunque, da marxisti, socialisti e azionisti. Tutte culture politiche che oggi si ritrovano a sinistra. Le culture liberali, nazionali e federaliste, più un cattolicesimo sociale post 1989 e quindi molto diverso da quello degli anni ’40 dello scorso secolo, non sono rappresentate in Costituzione, ma sono maggioranza nel Paese. Sarebbe ora di farle entrare nella nostra Legge fondamentale. Non è mai troppo tardi.