Bologna: da un lato i crociati anti-private, dall’altro il buon senso

La pioggia fa saltare a piazza Maggiore la festa di chiusura dei sostenitori del voto “B” nella campagna per il referendum bolognese sui fondi comunali alle scuole private dell’infanzia. Il doppio test, (voto A contro il finanziamento, voto B per mantenere il sistema attuale), promosso dal comitato ‘’Articolo 33’’ sostenuto da Sel e dai grillini, intende rimettere in discussione il finanziamento che il Comune eroga alla scuola d’infanzia paritaria a gestione privata. Ma la filosofia scolastica del capoluogo emiliano è “unica”: da vent’anni circa opera un sistema integrato che tiene insieme le scuole dell’infanzia statali, quelle paritarie comunali e le 27 paritarie a gestione privata (in maggioranza d’ispirazione religiosa, ma vi sono anche istituzioni non profit laiche). Il sistema assicura l’accoglienza per quasi novemila bambine e bambini in età compresa tra i 3 e i 6 anni. L’onere a carico dell’Amministrazione comunale è di circa 37 milioni all’anno, così suddivisi: 35,5 milioni per la scuola paritaria comunale che accoglie 5.137 bambini; 1,1 milioni per la scuola statale che accoglie 1.459 bambini e 1,05 milioni per la scuola paritaria convenzionata che accoglie 1.736 bambini.

A fronte di questi numeri il referendum consultivo di domani appare più l’occasione per sbandierare il vessillo del laicismo che la volontà di trovare una ricetta. Anzi si colloca nella lotta aperta, a sinistra, nei confronti del Pd che infatti è schierato a difesa dell’attuale sistema integrativo. Matteo Renzi non si fa sfuggire l’occasione per informare che «non è in atto un dibattito tra cattolici e laici, se così fosse sarebbe un danno per tutti» mentre il sindaco Virginio Merola assicura che «chiunque prevalga», il suo compito sarà quello di «lavorare soprattutto per includere, per unire tra loro le persone che la crisi divide». Senza dubbio il voto di domani è anche un banco di prova della costruzione di un progetto nazionale di Sel e Cinquestelle in opposizione al governo Letta. Non a caso tra i big che hanno messo la faccia a sostegno del quesito “A” si trovano Stefano Rodotà, Margherita Hack, Maurizio Landini, Stefano Bonaga, Michele Serra, Gino Strada al grido “Oggi a Bologna, domani in Italia!”. «Chi chiede che le scuole paritarie non abbiano più contributi dal Comune difende una concezione ideologica, per cui pubblico coincide con statale, che pensavamo ormai definitivamente superata», è la nota della vigilia dei parlamentari del Pd. Identica la posizione della Cisl emiliana. «Va fatto tutto il possibile per preservare il modello integrato bolognese, soprattutto in un momento di crisi e di risorse calanti», dichiara Giorgio Graziani.

Va giù pesante il sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi, che in una nota mette all’indice Francesco Guccini, uno dei testimonial dei referendari. «Dovrebbe invece votare in difesa del sistema integrato della scuola dell’infanzia», dice citando un celebre passaggio de La locomotiva (“Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano gli uomini son tutti uguali”), «basta con le ideologie sulla pelle di bambini e famiglie». In «trincea per salvare la nostra scuola e scongiurare il rischio che Bologna venga spogliata di ciò che ha di buono» è l’annuncio è di Manes Bernardini, capogruppo della Lega. Per l’ex mimistro Maurizio Sacconi il referendum bolognese «è parte di un progetto ideologico che, come spesso accade, si è incontrato con più banali istanze corporative».

Ultima incognita: l’affluenza. Essendo un test consultivo non è previsto il quorum e nessuno dei due schieramenti vuole sbilanciarsi. Ma, visti i precedenti, una soglia soddisfacente per gli stessi promotori potrebbe essere attorno al 40 per cento.