Teodoro, ultimo militante severo

Teodoro Buontempo ha combattuto l’ultima battaglia. Per la mia generazione resta il simbolo di una militanza severa e cameratesca, forgiata dall’ideale ma temperata dall’amicizia sincera. Nella XV legislatura capitammo nello stesso banco a Montecitorio, in alto a destra. Poi, con Francesco Storace, cercò un nuovo inizio che ne riaffermasse le radici mentre la maggior parte di noi scommise sull’evoluzione del progetto politico. Lo ricordo a Fiuggi, al Congresso di fondazione di Alleanza Nazionale, teso, combattuto, restio ad avallare lo “strappo” e a “lasciare la casa del padre”, cioè il nostro anfratto identitario, deposito delle certezze, dei sogni, dei sentimenti e dei risentimenti di almeno tre generazioni di italiani costretti a vivere da vinti e da esuli in patria. Tanto tempo è passato da allora e molte cose sono cambiate. E non tutte in meglio: dalla destra in diaspora ad una politica tanto intransigente sulle formule quanto transigentissima sui contenuti, ad una nazione accartocciata su se stessa, che appare incapace di rialzarsi e riprendere a correre. Chissà se il male bastardo che se l’è portato via è riuscito in ultimo a piegare il suo amore per la vita ed il suo gusto guascone per la buona battaglia. Ora Teodoro non c’è più, ma è presente il suo spirito e vive il suo esempio.