Il Paese ha bisogno di una terapia d’urto

La settimana che si apre è ricca di incertezze. Sul piano politico la domenica non sembra aver portato rilevanti novità. Si naviga a vista. Ognuno resta fermo sulle proprie posizioni, almeno ufficialmente. Anche se nel Pd incomincia a farsi strada, dopo la sciagurata apertura al movimento di Grillo, un briciolo di consapevolezza sulla indispensabile definizione di un accordo  sia pur minimo con il Pdl  per fare un governo “ponte” che , fatte alcune riforme improcrastinabili, porti a nuove elezioni,  Bersani continua a mantenere fermo il suo punto di vista. L’annuncio della manifestazione romana di sabato prossimo sembra proprio mirare a porre un suggello alla sua linea obbligando tutto il partito a seguirla. Berlusconi, con gli otto punti programmatici, ha cercato di smuovere le acque, mostrando una disponibilità che, al momento, sembra pescare solo qualche sparuta attenzione. Il rischio che tutto salti è abbastanza alto. Peraltro il “grillismo” sta mostrando tutti i suoi limiti nel costruire qualcosa che abbia senso e portata progettuale. Vittime della loro  genesi distruttiva i seguaci del Movimento 5 Stelle  non sembrano saper capitalizzare in termini politici e parlamentari il pur consistente numero di suffragi ottenuto sull’onda della cosiddetta “antipolitica”.

A rendere il quadro complessivo ancor più incerto e preoccupante arrivano i primi dati trimestrali. La disoccupazione è a livelli record. La produzione in caduta libera. E, per quanto sia importante lo sblocco di una prima trance  di pagamenti alle imprese dei crediti contratti con le pubbliche amministrazioni, non si intravede ancora la luce in fondo al tunnel della depressione e della recessione nel quale siamo immersi. La verità è che il Paese ha bisogno di terapie d’urto. Di riforme strutturali. Di fatti concreti e interventi coraggiosi. Tutte cose che  richiedono, oltre a un governo che governi,  anche una chiara impostazione politica. Di politica industriale, innanzitutto. Il sistema delle imprese è in subbuglio. Confindustria e Rete imprese danno segni evidenti di insofferenza. Anche gli imprenditori si apprestano a scendere in piazza nel prossimo fine settimana per far sentire la loro voce. Insomma, la crisi politica, istituzionale, sociale ed economica ci sta portando verso una condizione drammatica. Il Paese si sta avvitando.

Paghiamo , certo, gli errori del passato, ma anche l’attuale insipienza delle forze politiche in campo. Gettato al vento un anno e mezzo di governo Monti per rigenerarsi e riflettere sulle politiche da adottare, i partiti non sanno più che pesci prendere. Eppure ci sarebbe spazio per superare questa tormentata afasia e tracciare il profilo di un prossimo futuro meno incerto e più concreto. Patrizio Bianchi, professore di Economia applicata all’Università di Ferrara, ci ricorda sul Corriere quanto sia importante il rilancio del manifatturiero. Altri  Paesi meno sprovveduti del nostro stanno investendo in questo settore per imboccare la via della crescita, dopo anni di deindustrializzazione, di delocalizzazione e di coltivazione del mito dei servizi, erroneamente inteso come valvola di sfogo della nuova economia occidentale, a fronte di un Oriente dove decentrare la trasformazione produttiva  per il combinato disposto di “bassi salari e bassi livelli di educazione”.

Dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania alla Gran Bretagna, ovunque, si torna a puntare decisamente su intuizione, innovazione, ricerca applicata, nuove tecnologie come fattori  su cui far leva per ridisegnare l’intero apparato industriale. Si coinvolgono università e centri di ricerca. Si semplificano processi e si sperimentano nuove frontiere di gestione manageriale. Si aprono le porte a competenze professionali  di assoluto livello. Si punta decisamente sul fattore umano come chiave della  crescita. Così si recupera creatività, ingegno, una nuova dimensione di responsabilità collettiva. Da noi continuiamo, invece, a discettare in maniera inconcludente sulla green economy attribuendole un valore salvifico ed esclusivo. Così interpretando  a modo nostro la stessa Strategia di Lisbona dettata dall’Europa all’inizio del Terzo millennio. Quella strategia giustamente stimolava gli Stati a favorire forme produttive rispettose dell’ambiente e sostenibili. Ma il tutto inquadrato nell’ambito della realizzazione di un modello di industria rispettosa di quei requisiti. Soltanto dei folli predicatori della “decrescita felice” potevano immaginare un mondo senza progresso industriale.

E se nel cantiere Italia c’è da augurarsi che trovino  spazio politiche di sviluppo basate sul turismo e la cultura, cui allo stato manca il supporto di infrastrutture materiali e non, dimenticare il manifatturiero di cui in passato siamo stati inimitabili campioni in  Europa e nel mondo significa gettare alle ortiche una irripetibile occasione per ridefinire lo stesso paradigma della nostra competitività.