Il futuro del governo Letta si gioca in Europa

Di buono c’è che finalmente dopo due mesi abbiamo un governo. Quanto poi di buono il governo farà lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo auguri ad Enrico Letta ed alla sua squadra. Ne ha bisogno perché la sua navigazione non sarà tranquilla né spedita. Dovrà guardarsi dal possibile ammutinamento del suo equipaggio e da un mare tuttora increspato. Ma procediamo con ordine.
Il premier ha dalla sua una maggioranza tanto forte numericamente quanto politicamente fragile. Il programma che ha appena illustrato alle Camere è un compendio di obbligato equilibrismo tra la spinta del Pdl ad alleggerire l’economia reale dall’ormai insostenibile gravame fiscale e quella del Pd a spalmare in misura più equa sulla società il peso della crisi. Ne è venuto fuori un elenco di intenzioni più o meno buone ognuna delle quali dovrà poi essere verificata in concreto e per molte delle quali andranno individuate le necessarie coperture finanziarie. La sospensione del pagamento Imu di giugno sulla prima casa, l’introduzione del reddito di cittadinanza, il congelamento dello scatto di un punto di Iva già fissato a luglio e, infine, la riparazione della legge Fornero per gli esodati sono tutte misure salatissime per le esauste casse dello Stato.
Il problema, tuttavia, resta politico. Queste appena elencate rappresentano ad esempio scelte che suonano come netta presa di distanza dall’approccio ragionieristico-contabile del governo Monti. I ringraziamenti elargiti dal premier all’indirizzo del suo predecessore, oggi alleato, vanno perciò letti più come un epitaffio sull’austero approccio rigorista del Professore che alla stregua di un implicito impegno a seguirne l’esempio. Non poteva fare diversamente. Sa perfettamente, infatti, che il PdL non impiegherebbe più di un minuto a trasformare in aperta ostilità il convinto, a tratti persino entusiastico, sostegno fornitogli se solo dovesse accennare ad un seppur timida retromarcia rispetto agli impegni solennemente assunti. Un assaggio glielo ha già propinato proprio in queste ore lo stesso Berlusconi, a ribadire che la cancellazione dell’Imu è questione su cui è il leader massimo a giocarsi la faccia. Poi c’è il Pd. Al di là del compatto voto di fiducia, il partito appare più sedato che pacificato. Lo scontro, con annessa implosione, è dietro l’angolo ed è facile prevedere che il futuro congresso non si risolverà in un’impercettibile sostituzione di ceto politico ma finirà per investire questioni di linea politica, di alleanze e di identità stessa del centrosinistra italiano. Difficile per Letta sopravvivere politicamente allo sgretolamento o anche ad un semplice assottigliamento di uno dei due pilastri sui quali poggia il suo governo.
Appare perciò non casuale la decisione del premier di far riecheggiare nella sua replica al Senato le difficoltà poste di fronte al governo, quasi a voler coprire con un richiamo alla vastità ed alla profondità della crisi gli annunci del giorno prima.
In realtà, Letta è perfettamente consapevole di poter reggere fino a quando riuscirà a conservare il proprio profilo di pacificatore. Era, del resto, quel che Napolitano aveva chiesto a Monti e che Monti non è riuscito a fare, un po’ per estraneità alla politica e molto per le misure lacrime e sangue da lui rifilate al Paese. Letta, invece, che politico lo è, comprende fino in fondo che solo una netta inversione di tendenza rispetto al recente passato gli può concedere lo slancio per mettere in cantiere la riforma della governance, l’altro punto qualificante del suo programma.
Gira e rigira, il cuore del problema resta l’Europa. Bisogna parlarsi fuori dai denti: l’Italia ha assunto impegni in sede comunitaria che non può onorare senza esporre imprese e famiglie ad nuovo bagno di sangue. Ma non siamo Cipro e nemmeno la Grecia. Il nostro fallimento trascinerebbe nell’inferno l’intero continente, Germania compresa. Berlino deve trattare, a cominciare dalle scadenze per il nostro rientro dal deficit. Il premier è un europeista a tutto tondo. Lo ha addirittura ostentato nel suo discorso programmatico, ma ora bisogna uscire dalla retorica perché solo noi italiani guardiamo a Bruxelles, pardòn a Berlino, con il disagio di chi si sente eternamente sotto esame. Il governo francese non ha consultato nessuno quando ha elargito un bel po’ di miliardi alla Peugeot, ovviamente “in prestito”, per farla uscire dalla crisi. Il classico aiuto di Stato talmente vietato (per noi) da impedire al governo di Roma, ad esempio, di introdurre la fiscalità di vantaggio per il Sud. Ecco, l’europeista Letta, il cui tour nelle capitali europee è cominciato con la cancelliera Merkel per poi proseguire a Parigi con il presidente Hollande, deve dire chiaro e tondo ai suoi colleghi che l’Italia ha smesso di fare i compiti a casa perché la casa è pericolante e che il suo compito è proprio quello di rafforzarne le fondamenta e che solo per questo partiti da vent’anni nemici hanno deposto l’ascia di guerra ed hanno deciso di appoggiarlo. Tralasci le photopportunity, Letta, e badi al sodo. Solo così apparirà chiaro che il suo governo apre gagliardamente una fase nuova e non ne chiude, malinconicamente, una vecchia.