Aggrappati a Napolitano per non affondare. Pronti per il presidenzialismo?

La politica italiana si è aggrappata a Giorgio Napolitano per non affondare. E lui, con generosità,  non ha lasciato cadere la richiesta d’aiuto dei partiti che non hanno saputo trovare una degna alternativa. Per responsabilità, diciamolo con chiarezza, di un partito specialmente, il Pd, incapace e pavido, al punto che non ci pensato due volte prima di bruciare i suoi fondatori. Dall’impasse non si sarebbe venuti fuori, con conseguenze che neppure osiamo immaginare, se il presidente della Repubblica non avesse risposto positivamente all’appello che la stragrande maggioranza del mondo politico gli ha rivolto. A testiminianza del limite che in questo modo il sistema dei partiti ha eloquentemente certificato, unitamente all’implicita domanda di radicale cambiamento della forma dello Stato e del Governo.

È di tutta evidenza, infatti, che la rielezione di Napolitano “costituzionalizza” se non in senso giuridico, certamente in senso “materiale”, la tendenza presidenzialista che si è da tempo manifestata nel Paese e di fronte alla quale molte forze politiche hanno voluto tenere gli occhi chiusi. Con il voto espresso dai “grandi elettori”, infatti, l’interventismo del vecchio/nuovo capo dello Stato viene oggettivamente riconosciuto e valutato come elemento di equilibrio del sistema. Gli si conferisce, in altri termini, senza nessuna forzatura, l’autorità che in uno “stato d’eccezione” – già manifestatosi peraltro nel novembre 2011 – deve avere colui che rappresenta l’unità nazionale ed agisce di conseguenza come garante del corretto svolgimento della dialettica democratica.

In questo senso Napolitano assolverà certamente alla “missione” che gli è stata affidata: cercare le convergenze giuste per poter dare al Paese un governo di ampie convergenze per come suggerisce il responso elettorale dal quale, è bene sottolinearlo una volta di più, non venuto fuori nessun vincitore ed il fatto che il Pd abbia la maggioranza alla Camera non è certo frutto di un incontrovertibile risultato, ma di una distorsione derivata da una sciagurata legge elettorale. Dunque, tenendo conto di questo scenario, ben noto a tutti, i partiti, ed in primo luogo coloro che hanno più seggi in Parlamento, avrebbero dovuto proporre piuttosto che i loro rancori e le loro idiosincrasie a un Paese frastornato ed allarmato, un intento pacificatorio e di conseguenza cercare un capo dello Stato non “divisivo”. Si è andati nella direzione opposta e chi è stato più responsabile degli altri ha finito per perdere se stesso.

Napolitano, dunque, riprende il timone. Attendiamo dal discorso di insediamento quali saranno i suoi orientamenti. Non è tuttavia difficile immaginare che vorrà, costretto dagli eventi, e dalla profonda crisi del sistema dei partiti, indurre i soggetti politici alla ragionevolezza e quindi  procedere alla formazione di un esecutivo, tutt’altro che tecnico, che immediatamente affronti le questioni economico-sociali e vari una nuova legge elettorale. Queste le priorità.

Poi c’è dell’altro, naturalmente. Ma è presto per parlarne.

Oggi davanti a noi non sta un vegliardo politico di lungo corso, ma una speranza per quanto paradossale possa sembrare. La speranza che dalla decantazione del conflitto che Napolitano tenterà di favorire, possa venir fuori un Paese un meno reattivo e diviso, in grado di affrontare prove che non mancheranno di interrogare i partiti sulla loro consistenza, sulle relazioni con la gente che rappresentano, sulle grandi riforme a cominciare dall’elezione diretta del capo dello Stato. Soprattutto per non assistere mai più al barbaro spettacolo che l’Italia ha offerto al mondo in questi ultimi tre giorni.