Addio a Jannacci: cantava gli emarginati e la sua amata Milano

Enzo Jannacci è morto a Milano all’età di 77 anni, dopo una lunga malattia. Cabarettista e poeta della musica, cantautore eclettico e compagno di avventure di Celentano e Gaber, Jannacci era un cardiologo prestato al rock: storico protagonista della scena musicale del secondo dopoguerra. Sul web il saluto e la commozione di tanti artisti. Dopo la maturità classica al liceo Manzoni, dove conosce Gaber, Jannacci si laurea in Medicina specializzandosi in Chirurgia generale ed esercitando la professione di medico chirurgo per alcuni anni. Nel frattempo però inizia la carriera di musicista: dopo il diploma in Armonia ed otto anni di pianoforte al Conservatorio di Milano, si accosta al jazz e comincia a suonare in alcuni locali milanesi, accompagnandosi anche ai più grandi tra cui Chet Baker. Dopo i primi 45 giri incisi con Gaber debutta come solista con canzoni quali «L’ombrello di mio fratello» e «Il cane con i capelli». A farlo conoscere al grande pubblico nel 1968 è «Vengo anch’io. No, tu no», cui seguono altri grandi successi come «Veronica», «Messico e nuvole», «Ho visto un re», «Vincenzina e la fabbrica» (colonna sonore del film Romanzo Popolare del 1974 con Ugo Tognazzi e una giovane Ornella Muti) e «El purtava i scarp del tennis». Enzo Jannacci è stato un cantante dalla forza dirompente nella storia della musica italiana, perché è riuscito, pur nella sua milanesità, a portare un linguaggio nuovo, surreale, all’interno della canzone nazionalpopolare: ha cantato i poveri, gli ultimi, gli emarginati, ha cantato soprattutto la sua amata Milano. Il suo repertorio entra di diritto all’interno del canzoniere italiano del secondo dopoguerra.