Il libro intervista “Luce del Mondo” e i giostrai del pettegolezzo

Per una bizzarra coincidenza la Citta del Vaticano perde il suo sovrano proprio l’11 febbraio, ottantaquattresimo anniversario dei Patti Lateranensi, momento fondativo del più piccolo Stato del globo. Dopo otto anni e mezzo di regno il Benedetto XVI, al termine di una normale (almeno apparentemente…) riunione di lavoro, ha comunicato agli attoniti prelati presenti e al mondo intero la sua abdicazione. Per ragioni di età, salute, stanchezza. Tanta stanchezza. Per “il bene della Chiesa”.

Un gesto clamoroso ma persino prevedibile per chi ha seguito il personaggio Ratzinger. Nella grande confusione di questi giorni ricordiamo che nel 2010 in un libro intervista “Luce del Mondo” il pontefice aveva detto che se un Papa si rende conto di non essere più in grado “fisicamente, psicologicamente e spiritualmente di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo di dimettersi».

Ciò nondimeno l’abdicazione rappresenta una svolta epocale di portata millenaria, un atto certamente legittimo dal punto di vista teologico e canonico ma, sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione della Chiesa. Una decisione pesantissima, che il professor Ratzinger — uomo di raffinata intelligenza e protagonista avveduto e competente delle logiche vaticane da oltre 30 anni — ha sicuramente meditato e valutato con attenzione. Da qui le domande, gli interrogativi. Le inquietudini. Una volta di più il Papato rivela a tutto tondo la sua centralità spirituale, politica e (non dimentichiamolo) mediatica.

Non a caso, accanto ad analisi serie e ponderate — vedi, ad esempio, Ferrara, Franco o Scalfari — non mancano — e come potrebbero?  — i giostrai del pettegolezzo, follie millenaristiche, stupidaggini su cupi profeti e improbabili fans — vedi gli auspici de “Il Manifesto” ormai ridotto a evocare Nostradamus — per un possibile “papa negro”.

E allora, senza fingerci vaticanisti ed evitando ogni sorta di “totopapa”, cerchiamo di tracciare qualche ipotesi di lavoro. In primis, sulla “gran rinuncia” certamente ha influito il ricordo dell’atroce agonia di Giovanni Paolo II. Per l’amico e principale collaboratore del magnifico polacco, la memoria della fase terminale del precedente pontificato — un tempo terribile in cui il declino fisico del gigante s’intrecciava all’annuncio di nuovi micidiali attacchi al Vaticano — debbono essere un ricordo fisso e intollerabile. Con tenacia teutonica e razionalità professorale, Ratzinger da tempo — come confermano i suoi scritti e le poche confidenze della cerchia ristretta — si sentiva inadeguato a proseguire e guidare il terribile scontro oggi in atto.

Nonostante il lungo ciclo woytliano — un momento di rilancio e d’orgoglio dopo i disastri montiani —, il governo della Chiesa rimane difficile, complesso. Troppo complicato per un uomo anziano, molto anziano. Di fronte alle terribili sfide della secolarizzazione e del relativismo — un’aggressione violenta quanto subdola, dai molti padri potenti e con un unico fine —, dinanzi all’offensiva del neoprotestantesimo — un impasto di filantropismo e laicismo che solo nella “morte di Dio”, vaticinata dagli eredi di Weitling, Barth e Whitehead, trova il suo scopo ultimo — davanti alla terribile fragilità umana (ed economica…) di parte larga dell’apparato e la subalternità culturale a modelli agnostici, neoriformisti e progressisti dei tanti seguaci curiali del defunto Martini, Benedetto XVI si è, probabilmente, sentito stanco. Troppo stanco. E inidoneo. Da qui la decisione. Una cesura netta e improvvisa, un terribile taglio alla tradizione che blocca i morbidi meccanismi — da tempo in atto — per il passaggio e che vede un Papa — caso unico nella lunga storia di Santa Romana Chiesa — vivente e attivo. Probabilmente arrabbiato, sicuramente scontento.

Attendiamo perciò un conclave straordinario che dovrà eleggere il successore di un “pontefice emerito” — figura inusuale e rivoluzionaria a San Pietro —  defilato, magari sfibrato ma non domo. Anzi. Insomma, per la prima volta nella storia assisteremo ad un conclave organizzato e voluto da un regista attento e — speriamo — capace di costruire una conclusione degna a un’esperienza spirituale e politica importante. Bella e giusta.