Fabio Fazio, dalla tv bulgara che omaggia Jaruzelski all’Ariston

Occhialino da intellettuale, postura impacciata e atteggiamento da eterno timido: è dietro questa sua ormai rituale maschera televisiva che Fabio Fazio si presenta al pubblico, che sia quello oceanico delle grandi occasioni come il festival di Sanremo, o quello militante delle trasmissioni condotte in coppia con Roberto Saviano. È sul ruolo di “vittima catodica”, infatti, che il presentatore genovese ha giocato negli ultimi anni la sua carriera in tv: quando si dissocia e si schernisce di fronte all’irruenza comica della spalla di sempre a Che tempo che fa, Luciana Littizzetto, oggi elevata – anche grazie ai tacchi – al rango di co-conduttrice sul palco dell’Ariston; o quando, indossato il saio dell’esiliato politico di turno, si rifugia a suon di compensi dorati su La7, salvo poi rincasare professionalmente a viale e Mazzini, tra tappeti rossi e squilli di tromba, prontamente riaccolto tra le braccia rassicuranti di mamma Rai.

Per la prima volta però, e di fronte a una media di quasi dodici milioni di spettatori, ieri sera Fazio è stato costretto a calare la maschera e a mostrare le unghie: e di fronte al pubblico in sala che contestava a suon di fischi e boati la performance di Crozza, il presentatore ha fatto irruzione sul palco pronto a richiamare – in perfetto stile da tv bulgara – le telecamere su di sé, censurando quanto stava accadendo realmente in platea. Del resto, di tv bulgara e di regimi dell’Europa dell’est Fabio Fazio se ne intende: sulle poltrone del salotto pseudo-metereologico di Raitre che abita ormai da anni, tra saette polemiche e tempeste mediatiche, non ha esitato a invitare personalità politiche a dir poco controverse, sul cui capo nel corso della storia recente si sono addensate non poche nubi. Uno su tutti, Wojciech Jaruzelski, l’ex uomo forte del regime comunista polacco, intervistato nell’edizione del 2005 di Che tempo che fa, con la reverenza che si deve a un capo di Stato qualunque. Peccato che il generale in questione, che fu primo segretario del partito comunista, incriminato per aver introdotto la legge marziale con cui fu represso il sindacato Solidarnosc fondato dal dissidente Lec Walesa, accusato di «crimini comunisti» e di aver violato i diritti umani e sociali dei polacchi, procedendo all’arresto e all’internamento di migliaia di persone, non fosse proprio un leader politico come tanti. Ma questa è un’altra storia…