Casini si vanta di essere un “donatore di sangue”. Per Monti

Non si direbbe particolarmente anemico, gli impegni elettorali non gli hanno tolto lo storico appeal e quel sottile velo di abbronzatura, non più massiccia come ai tempi d’oro. Eppure in questi giorni Pier Ferdinando Casini è un donatore di sangue in servizio permanente effettivo,  sacche di plasma per Mario Monti in difficoltà. Il leader dell’Udc  ha dovuto ammettere i mal di pancia del partito per la cannibalizzazione da parte dei fratelli-coltelli della lista civica del premier tecnico. E se la racconta così: siamo  portatori d’acqua al mulino di Monti, «sono convinto che stiamo facendo la parte dei donatori di sangue, io poi sono medaglia d’argento dell’Avis…». Cosa non si direbbe per non affrontare la caduta libera dei consensi che in questa campagna elettorale sta premiando il civismo di Monti e penalizzando Udc e Fli. La “salita in politica” del professore, con l’esclusione chirurgica degli esponenti centristi dai posti di comando,  si è rivelata molto più scomoda del previsto. Convinto, almeno a chiacchiere, che il bipolarismo sia «morto e sepolto», Casini si dice certo che la vittoria finale è sicura, basta avere pazienza. «Abbiamo scelto di superare la solitudine. Abbiamo sofferto di solitudine e in politica è terribile restare sempre soli. Siamo entrati in questo Parlamento come reietti e ne usciamo come fondamentali». Perderemo qualche parlamentare – aggiunge con ottimismo –  ma il nostro disegno politico è andato avanti. Malgrado l’ingratitudine di Monti, che se ne frega della fedeltà assoluta di Pierferdy e della squadra editoriale messagli a disposizione da Caltagirone per sua intercessione. «Di solito dopo aver donato il sangue arriva il momento di mangiare», si consola il leader dell’Udc. Ma non sarà un’abbuffata.