La lite sui magistrati uccisi seppellisce il partito dei giudici

Altro che veleni, lo scontro tra magistrati sulla memoria di Falcone e Borsellino finisce con il delegittimare ancora di più una magistratura macchiata dalla partigianeria di chi, come Antonio Ingroia, ha scelto la via spiccia dell’ingresso in politica da “professionista dell’antimafia”. Molti commenti oggi sono espliciti, a partire da quello di Attilio Bolzoni su Repubblica: “Giù le mani da Falcone”. Mentre su la Stampa Francesco La Licata ricorda che Falcone già in vita alimentava “tentazioni polemiche non sempre disinteressate” tanto che si cercò di mettergli svariati “marchi di fabbrica”: comunista quando arrestava Vito Ciancimino, socialista quando collaborò con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli. Caustico Giuliano Ferrara su Il Foglio in risposta a un lettore: “Tirarsi in faccia i morti con la disinvoltura mostrata in questa occasione è un triviale atto di piccola barbarie. La lista arancione è ferma ad attendere i bus a Napoli, e ora è costretta ad ascoltare le intercettazioni cimiteriali. Certi vivi usano per scopi infernali trascrizioni di conversazioni paradisiache di martiri dello stato”. Altro che rinnovamento, altro che rivoluzione civile: qua siamo dentro lo spettacolo incivile ricordato da Filippo Facci: “Accade, più o meno, da quando l’osceno marketing del defunto si è fatto definitivamente insopportabile , da quando cioè l’antimafia piagnens ha trasformato lutti e vicinanze in rendita elettorale”.  E se Roberto Saviano molla Ingroia dando ragione a “Ilda la rossa” (“Falcone non fece mai politica”, ha scritto su twitter) Marco Travaglio distribuisce scudisciate nel suo editoriale su Il Fatto per rimettere a posto i pezzi dell’aureola di Ingroia miseramente frantumatisi nell’indecorosa rissa. Una lite che ha definitivamente compromesso l’immagine del cosiddetto “partito dei giudici”.