Quando Napolitano “voleva fa’ l’americano”

«Il mio comunista preferito», diceva di lui Henry Kissinger. Non è precisamente una refererenza da mettere in cima al curriculum, a dir la verità. Ma alla tenera età di 86 anni, Giorgio Napolitano non ha certo di questi problemi. E poi al di là dell’Atlantico non è solo l’ex segretario di Stato a tesserne le lodi. Pochi giorni fa, anzi, è stato addirittura il New York Times a rendere omaggio a «Re Giorgio». Farsi dare del monarca in una terra visceralmente repubblicana come quella statunitense non è proprio il massimo, in verità. Eppure le lodi sembravano sincere. Del resto tra Napolitano e gli States il feeling è evidente da tempo: con quella dello scorso marzo, infatti, sono già tre le visite del presidente a Washington e dintorni nell’arco del suo settennato. Il primo viaggio ufficiale in Usa risale al dicembre 2007, con George W. Bush alla presidenza. Ma è con Obama che nasce il legame di ferro, tanto da far parlare di un asse Casa Bianca-Quirinale che scavalcasse Palazzo Chigi, all’epoca occupato da Berlusconi. L’ex comunista che piace alla superpotenza capitalista? La cosa è meno strana del previsto. Non è da oggi, del resto, che Giorgio “vuole fa’ l’americano”, come racconta un saggio proprio in questi giorni uscito in libreria: Il custode, di Giampiero Cazzato (Castelvecchi, pp. 174, € 12,50). A cui si può affiancare la lettura di una preziosa antologia del leader migliorista: Il compagno Napolitano, a cura di Lanfranco Palazzolo (Kaos, pp. 268, € 20,00).

Dai Guf allo stalinismo
Il giovane Giorgio – nato a Napoli il 29 giugno 1925 da una ricca famiglia liberale – aveva comunque iniziato con il piede giusto: iscritto ai Gruppi universitari fascisti partenopei, collaborava con varie riviste legate alla gioventù mussoliniana e partecipa ai Littoriali. Poi, si sa, la storia fa il suo corso, il fascismo, per così dire, passa di moda, e Napolitano si ritrova fra i “redenti”. Già nell’autunno del 1944, a Capri, lavora tuttavia per l’American Red Cross, la Croce rossa americana. Nessun complotto, per carità, si tratta di impegno umanitario. Sta di fatto, tuttavia, che il personaggio non sembra avere problemi con gli yankee. Nell’Italia repubblicana e in piena guerra fredda, però, Giorgio finisce per aderire a quel Pci all’epoca di stretta osservanza staliniana. Arriva il 1956 e l’VIII congresso del Pci capita poche settimane dopo l’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest. Il delegato di Cuneo, Antonio Giolitti, insorge contro l’atto barbarico. Dopodiché prende la parola il delegato di Caserta, tale Napolitano Giorgio. Che dichiara (vedasi l’antologia edita dalle edizioni Kaos) di «combattere, e anche aspramente combattere» le tesi del compagno piemontese. Perché in fondo, spiega, l’Urss ha evitato «che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni», ha impedito «che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione» e in definitiva ha salvato «la pace nel mondo».

Soviet con il ketchup
Non sarà l’ultimo caso di tetragona fiducia nell’ortodossia marxista-leninista diramata dalle centrali sovietiche. Almeno fino al 1974, anzi, l’esponente comunista non si distingue dagli altri dirigenti del Pci per quanto riguarda lo zelo ideologico. Poi, nel 1975, il nostro eroe chiede (senza successo) di poter visitare gli Usa, cosa che potrà fare solo nel 1978. Certo, nel ’75 sono passati quasi venti anni dall’invasione dell’Ungheria. Ma solo sei da quando, nel 1969, Napolitano invita i militanti del Pci a «evitare ogni scivolamento sul piano dell’antisovietismo», ribadendo il «valore non solo storico ma attuale della funzione mondiale dell’Urss». E solo cinque da quando, nel 1970, rifiuta di «spezzare, o anche soltanto indebolire, i nostri legami con gli altri partiti comunisti e operai, e prima di tutto con il Partito comunista dell’Unione sovietica». Nello stesso anno, del resto, riconosce in Lenin «un luminoso punto di riferimento». E ancora, la svolta americana dista solo tre anni dal riconoscimento, datato 1972, dello «straordinario elevamento del livello di civiltà e di cultura delle masse» apportato, nei paesi dell’est, dalla dittatura comunista. Un anno dopo, nel 1973, definisce «non accettabili» e «sciagurate» le tesi dei disidenti Sacharov e Solgenitsyn. Il livello di doppiezza raggiunto dalla dirigenza comunista dell’epoca è comunque tale che già nel 1969 l’ambasciata statunitense a Roma aveva avviato contatti segreti con il Pci in vista di una sua presunta salita imminente al governo. Insomma, sovietismo con il ketchup.

Metti un comunista a Washington
Nel ’75, lo abbiamo detto, Giorgio l’ambizioso prova a sondare il terreno per visitare gli Usa. Nulla da fare, niente visto. A Washington ci sono i repubblicani, niente spazio ai rossi. Tre anni dopo, invece, il clima è cambiato, alla Casa Bianca siede il democratico Jimmy Carter, con al fianco il prode Zbigniew Brzezinski, vecchia volpe della diplomazia Usa. Accade così che Napolitano diventa il primo esponente del Pci in visita ufficiale negli States. Al ritorno racconta su Rinascita le conferenze a Harvard e Princeton, ma anche – e questo è più interessante – i suoi colloqui presso il Cfr, l’esclusivo e potentissimo Council on Foreign Realtions, il ministero degli Esteri informale degli Stati uniti. Ma per il resto, precisa, niente incontri politici. Eppure Claudio Signorile – racconta Giampiero Cazzato nel saggio citato – parla di un abboccamento «ai massimi livelli con il dipartimento di Stato». Si era, del resto, in piena crisi Moro: davvero dobbiamo credere a un dirigente del più grande partito comunista d’Occidente che va negli Usa e parla solo con studenti? Napolitano, del resto, è lontano dallo stalinismo strapaesano di un Cossutta: è colto, è brillante, è british. Insomma, la persona adatta per presentare l’eurocomunismo agli americani. Lo riconosce anche l’allora ambasciatore Gardner, che racconta di aver avuto quatro incontri segreti con il futuro uomo del Colle. La visita negli Usa, del resto, era stata preparata con cura da Berlinguer. E da La Malfa. Sì, il leader del Partito repubblicano, che dalla prestigiosa tribuna di Foreign Affairs (rivista a cura del Cfr, peraltro) assicurò gli yankee sulle credenziali democratiche del Pci. Insoma, tutto era stato predisposto affinché gli Usa benedicessero, grazie a quel colto comunista dalle maniere gentili, il governo “di solidarietà nazionale”. Ovvero: tutti insieme per superare l’emergenza, con l’ok dagli States. Vi ricorda nulla?