Bollette giù? No, anzi...
La fake news sul gas di Putin che aiuterebbe l’Italia: ecco come la sinistra ha abboccato alla favola russa
I numeri dei documenti economici, Dpef in testa, parlano chiaro, il ragionamento sulle dinamiche è frutto di studi di economisti. Il punto di partenza è una distinzione fondamentale: il costo di estrazione del gas non coincide con il prezzo pagato dai consumatori. A chiarire il meccanismo è stato in primis Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Il suo esempio è semplice: se estrarre il gas costa 1 e venderlo sul mercato europeo permette di incassare 10, la differenza di 9 resta al produttore, al netto degli altri costi. Questo significa che un costo di produzione inferiore non si traduce automaticamente in uno sconto sulle bollette. Il prezzo del gas in Europa è infatti influenzato dal TTF, il principale mercato di riferimento continentale, dove le quotazioni dipendono dall’incontro tra domanda e offerta. In più, i vecchi contratti take or pay con la Russia potevano obbligare gli acquirenti a ritirare e pagare determinate quantità di gas anche quando le condizioni di mercato risultavano meno convenienti.
I numeri dell’Italia: 59,4 miliardi di metri cubi importati
La trasformazione degli approvvigionamenti energetici italiani emerge dai dati ARERA relativi al 2024. In quell’anno l’Italia ha importato 59,4 miliardi di metri cubi di gas, il 3,3% in meno rispetto al 2023. Le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) si sono attestate a 14,7 miliardi di metri cubi, in diminuzione dell’11%. Il GNL ha rappresentato circa un quarto del gas importato.
Ma il dato politicamente più significativo riguarda il cambiamento dei fornitori. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, nel 2021, Mosca copriva circa il 40% delle importazioni italiane. Negli anni successivi il sistema degli approvvigionamenti è stato profondamente diversificato. Secondo i dati riportati nel documento, nel 2024 l’Algeria è risultata il principale fornitore di gas naturale dell’Italia, con una quota del 39,16%. Al secondo posto l’Azerbaigian, con il 17,31%, seguito dal Qatar con l’11,52%. Per quanto riguarda il solo gas naturale liquefatto, invece, il Qatar ha rappresentato il 47% delle forniture, gli Stati Uniti il 35% e l’Algeria il 13%. Numeri che descrivono il progressivo superamento della dipendenza dal gas russo e la costruzione di una rete di approvvigionamento più diversificata. La diversificazione, tuttavia, non significa automaticamente energia meno cara: il prezzo continua a risentire delle tensioni internazionali, della domanda e delle condizioni dei mercati.
Gas russo e americano: la differenza nei costi
Uno degli argomenti più utilizzati dall’opposizione filo-russa, Futuro nazionale e M5S, riguarda la presunta maggiore convenienza del gas russo rispetto a quello statunitense. Il gas russo arrivava prevalentemente attraverso i gasdotti, mentre quello americano viene trasportato sotto forma di GNL, con costi aggiuntivi per liquefazione, trasporto marittimo e rigassificazione. Pagella Politica stima in circa 20 euro per megawattora il costo complessivo del GNL statunitense. Si tratta di un costo di approvvigionamento, non del prezzo finale pagato dalle famiglie. Il confronto, dimostra che non è corretto considerare il gas russo automaticamente più conveniente.
Il rischio geopolitico: nuove entrate per Mosca
Accanto alla questione economica c’è quella politica. Riaprire il mercato europeo al gas russo potrebbe garantire nuove entrate a Mosca, mentre prosegue la guerra contro l’Ucraina. Ma non dare vantaggi all’Italia, dunque. Il rischio non sarebbe soltanto quello di rafforzare finanziariamente la Russia, ma anche di ricostruire una dipendenza strategica dalla quale l’Italia ha cercato di emanciparsi. La sicurezza energetica, in questa prospettiva, non si misura esclusivamente sul prezzo immediato della materia prima. Conta anche la possibilità di evitare interruzioni delle forniture e condizionamenti politici da parte dei Paesi produttori.
Dunque, tornare al gas russo non significherebbe automaticamente pagare meno l’energia. Ma significherebbe sicuramente dare “gas” al motore bellico della Russia.