Il compagno dei diamanti
Zapatero, il mistero dei gioielli sauditi. “Un regalo”? Sì, da oltre un milione. E ora il giudice chiama in causa anche le figlie
Eppure, nel 2005 fu proprio il suo governo a imporre limiti ai doni oltre la normale cortesia. Ora l’ex premier socialista deve spiegare il tesoro custodito in cassaforte
Esteri - di Alice Carrazza - 24 Settembre 2026 alle 12:30
Per quasi vent’anni sono rimasti chiusi in cassaforte. Adesso, per spiegare da dove arrivino, José Luis Rodríguez Zapatero deve rivolgersi addirittura alla monarchia saudita. L’ex premier socialista spagnolo ha finalmente consegnato al giudice José Luis Calama la sua versione sull’origine delle preziose gioie sequestrate a maggio nel suo ufficio di Madrid: sarebbero un “regalo strettamente personale” ricevuto nel 2007 da re Abdullah bin Abdulaziz al-Saud, morto dieci anni fa. Peccato che da Riad, almeno per ora, non sia arrivata alcuna conferma. Così Zapatero chiede all’Audiencia Nacional di procedere per rogatoria internazionale.
Il regalo “personale” da 1,2 milioni
La versione riguarda dodici dei pezzi più preziosi trovati nella cassaforte: tre parure di collane, bracciali, anelli e orecchini in oro bianco, diamanti, rubini, smeraldi e zaffiri. Secondo la perizia commissionata dal tribunale, da sole varrebbero circa 1,2 milioni di euro; il padrino politico di Pedro Sánchez contesta però la valutazione e sostiene di non avere avuto “coscienza del loro valore materiale”. Il giudice ha nel frattempo affidato alla storica gioielleria madrilena Yanes una seconda perizia.
C’è però un dettaglio che rende la vicenda fin troppo innocente. Nel 2005 fu proprio il governo Zapatero ad approvare il Codice di buon governo che prescriveva agli alti funzionari di respingere qualunque regalo oltre i normali usi di cortesia e stabiliva che gli omaggi di particolare rilevanza istituzionale fossero acquisiti al patrimonio dello Stato. Lo certifica il Boletín Oficial del Estado.
E qui il problema diventa meno gemmologico e decisamente più politico: Zapatero sostiene che quello saudita fosse un dono personale, ma lo ricevette mentre era presidente del governo e durante la visita ufficiale del sovrano a Madrid. El País, quotidiano di sinistra, ricorda inoltre che altri regali sauditi dell’epoca furono effettivamente consegnati al patrimonio pubblico.
Il conto lo pagano le figlie
Ma mentre sui preziosi l’ex premier chiama in soccorso un sovrano che non può più confermare personalmente la sua versione perché ormai deceduto nel 2015, nel fascicolo Plus Ultra entrano ora anche le sue figlie. Lo spiega bene Il Foglio.
Il giudice Calama ha convocato Laura e Alba Rodríguez Espinosa come indagate per il 30 novembre. La loro società di comunicazione, Whathefav, ha ricevuto circa 239.755 euro da Análisis Relevante, società riconducibile all’imprenditore Julio Martínez Martínez, amico dell’ex premier. Secondo quanto ricostruito da El Español, il giudice ritiene che parte delle attività fatturate consistesse nella maquetación, cioè nell’impaginazione, di rapporti già elaborati. La Fiscalía parla poi di “indizi” relativi a presunte commissioni; le responsabilità restano naturalmente da accertare.
Sul fondo rimane il salvataggio pubblico da 53 milioni di euro di Plus Ultra. Due ex dirigenti della compagnia hanno riferito al giudice dell’esistenza di un accordo per una commissione dell’1% legata al successo dell’operazione, pur dichiarando di non sapere quali concrete pressioni Zapatero avrebbe esercitato. L’ex premier nega di avere intermediato il finanziamento e contesta l’impianto dell’indagine; la sua richiesta di dichiarare nullo l’intero procedimento è stata respinta all’inizio di settembre.
La scena, per ora, resta questa: per i gioielli deve rispondere la Casa reale saudita; per i soldi dovranno rispondere anche le figlie. E per un uomo che costruì buona parte della propria immagine pubblica sulla sobrietà, la trasparenza e il buon governo, non è esattamente il tipo di eredità di famiglia che si espone volentieri in vetrina.