Il video
Sydney Sweeney recidiva: dopo i “genes” fa impazzire di nuovo il fronte woke per lo spot senza veli
Perché l’idea che il corpo sia davvero “libero” soltanto quando rispetta il codice estetico e ideologico approvato dal progressismo ha ormai perso parecchio smalto. E soprattutto convince sempre meno
Esteri - di Alice Carrazza - 15 Settembre 2026 alle 15:41
Sydney Sweeney ha commesso di nuovo il reato che, nell’America delle guerre culturali, sembra non ammettere attenuanti: essere Sydney Sweeney e non chiedere scusa per esserlo. Bionda, occhi azzurri, forme generose e decisamente poco incline a piegarsi ai rituali del politicamente corretto, l’attrice di Euphoria è tornata a mandare in cortocircuito quella porzione di opinione pubblica — sinistra — che appena un anno fa era riuscita a trovare l’eugenetica persino in un paio di jeans.
Questa volta il denim non c’entra. Anzi, di vestiti ce ne sono decisamente pochi.
La ventinovenne è protagonista di “Just Sports”, nuova campagna di Novig, piattaforma americana di prediction market dedicata allo sport. Negli scatti e nel video Sweeney appare praticamente senza veli, utilizzando palloni da football, protezioni e altri attrezzi sportivi per coprirsi nei punti strategici. Un’idea deliberatamente provocatoria, costruita sul più antico meccanismo pubblicitario del mondo: attirare l’attenzione. Missione compiuta.
“Just Sports”. Ma la politica arriva lo stesso
L’ironia involontaria è già nel titolo. “Solo sport”, promette Novig. Peccato che appena Sydney Sweeney entra in scena, in America anche un pallone da football finisca per diventare materiale da guerra culturale.
Diverse atlete hanno criticato la campagna sostenendo che riduca nuovamente la donna nello sport a oggetto sessuale. Tra loro la campionessa olimpica di nuoto Ariarne Titmus, la velocista britannica Amy Hunt, l’ex ginnasta Gracie Kramere altre sportive, convinte che immagini di questo tipo rischino di vanificare anni di battaglie per mettere al centro risultati, talento e prestazioni. Insomma, il solito moralismo in salsa rosa, che stavolta scivola pure nella contraddizione: proclamare la libertà femminile e poi stabilire dall’esterno come, quando e in quale forma una donna possa esercitarla. Perché l’idea che il corpo sia davvero “libero” soltanto quando rispetta il codice estetico e ideologico approvato dal progressismo ha ormai perso parecchio smalto. E soprattutto convince sempre meno.
Sweeney, peraltro, non è stata semplicemente arruolata per metterci la faccia — o qualcosa di più. È equity partner di Novig e ha raccontato di essere stata coinvolta nelle conversazioni creative della campagna sin dall’inizio. In altre parole, il copione della povera attrice manipolata dal marketing patriarcale regge un po’ meno: la signora è anche socia.
Prima i “jeans”, poi i “genes”: il peccato originale di Sydney
D’altronde lei il rituale lo conosce bene. Nel 2025 aveva prestato volto e fisico ad American Eagle per la campagna “Sydney Sweeney Has Great Jeans”. Un gioco di parole facilissimo tra jeans e genes, i “geni”.
In uno degli spot spiegava che i geni vengono trasmessi dai genitori ai figli e possono determinare caratteristiche come capelli e colore degli occhi, prima di chiudere con: “My jeans are blue”. Tanto bastò. Poiché a pronunciare la battuta era una donna occidentale, una parte del mondo dem americano e nostrano riuscì a intravedere nella pubblicità di pantaloni richiami all’eugenetica, alla supremazia bianca e perfino a un immaginario fascistoide. American Eagle replicò che la campagna era, molto banalmente, “sempre stata sui jeans”.
Sydney non chiede il permesso
Ora cambia il prodotto, ma il copione sembra lo stesso. Sweeney si mostra come vuole, vende ciò che vuole e, particolare imperdonabile, sembra perfettamente consapevole del meccanismo. La campagna Novig è provocatoria? Certamente. Sessualizza? Evidentemente punta anche sulla sensualità. Si può trovarla volgare, geniale, rétro o semplicemente furba.
Ma c’è qualcosa di assai curioso in un femminismo che per decenni ha rivendicato il principio “il corpo è mio” e poi, quando una donna decide autonomamente di usarlo in una pubblicità che non incontra il gusto politico del momento, aggiunge silenziosamente una postilla: sì, però non così.
Sydney Sweeney, invece, pare aver scelto la sua filosofia. Prima i jeans, adesso quasi niente. Eppure, in entrambi i casi, sono i wokisti a strapparsi le vesti.