Parole sante...
La Messa non è un concerto pop. Il monito del Cardinale Sarah: “La musica sacra non insegua le mode”
Il cardinale richiama i criteri fissati da San Pio X: santità, bellezza e universalità. Pop, rock e jazz appartengono alla cultura profana e non possono trasformare la liturgia in uno spettacolo
La musica liturgica non deve inseguire le mode, assecondare i gusti del pubblico o mettere in mostra il talento degli esecutori. Deve essere, semplicemente e immensamente, «all’altezza di Dio». È il richiamo del cardinale Robert Sarah, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che in un’intervista a La Verità affronta una questione tutt’altro che marginale: che cosa distingue un canto destinato alla chiesa da un brano adatto a un teatro, a un concerto o a una festa?
La risposta parte dal motu proprio Tra le sollecitudini, promulgato da San Pio X nel 1903 e considerato la Magna Charta della musica sacra. Tre i criteri indicati: «La musica sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità».
Quando l’altare rincorreva il teatro
Il documento nacque in un’epoca nella quale, dopo gli sconvolgimenti anticlericali seguiti alla Rivoluzione francese, la cultura profana aveva cominciato a invadere gli spazi ecclesiali. All’inizio del Novecento, spiega Sarah, la musica eseguita nelle chiese risultava ormai fortemente condizionata dall’opera e dal teatro. Era il mondo a dettare il tono alla Chiesa, non più la Chiesa a elevare il mondo.
San Pio X intervenne per ristabilire il confine, condannando l’impiego liturgico di composizioni operistiche e teatrali. Un principio che, secondo il cardinale, vale anche davanti alle moderne “Messe a tema” costruite attorno al folk, al pop, al jazz o al rock. Non si tratta di liquidare questi generi come artisticamente scadenti, ma di riconoscere che appartengono a un ambito diverso: possono trovare posto «fuori dal tempio».
«Non riconoscere» la distinzione tra sacro e profano, avverte Sarah, «porterà inevitabilmente alla profanazione del sacro». Il criterio non può essere la preferenza personale del sacerdote, del coro o dell’assemblea. Talvolta, aggiunge, occorre essere disposti a mettere da parte i propri desideri quando non sono degni del luogo e del mistero celebrato.
La bellezza non è esibizione
La “bontà delle forme” impone poi che la musica sia autentica arte. Deve condurre verso Dio, non attirare l’attenzione sui musicisti o sulla loro abilità. Sarah richiama Benedetto XVI: «In tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza».
Una bellezza che non è arbitraria né riducibile alla formula secondo cui tutto dipenderebbe dall’orecchio di chi ascolta. Seguendo San Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda i suoi tre elementi: proporzione, integrità e splendore. Anche nella musica, dunque, esistono armonie, strutture e forme capaci di esprimere un valore oggettivo.
La sua funzione primaria «non consiste nel rappresentare la cultura mondana o l’espressione personale, ma nel dare gloria a Dio e nell’elevare a lui la persona umana». Per riconoscerla serve però educazione: chi non è stato formato alla tradizione sacra può faticare a comprenderla, come un analfabeta davanti a una poesia.
Un canto che attraversa i secoli
Infine, l’universalità. Ogni popolo può portare nella liturgia il proprio carattere musicale, purché questo rimanga subordinato alla natura del sacro. Immergersi nella tradizione, osserva Sarah, libera dalla pretesa tutta contemporanea di dover reinventare ogni volta linguaggi, forme e persino il mistero.
L’autentica musica sacra attraversa epoche e confini perché non nasce per celebrare l’esecutore o fotografare lo spirito del momento. Unisce invece i fedeli «di tutto il mondo e di tutta la storia» in un unico canto. Non la colonna sonora dei tempi, dunque, ma un’eco dell’eterno.