Nella storia
Il New York Times scopre l’effetto Meloni: la destra non fa più paura e ora indica la strada all’Europa
Stabilità politica, nuova linea sui migranti, Piano Mattei e nessuna sudditanza verso Trump: così la premier ha restituito peso all’Italia
Il New York Times guarda alla Francia di Marine Le Pen, alla Germania dove avanza l’AfD di Alice Weidel e si domanda che cosa accadrebbe se le destre arrivassero al governo in mezz’Europa. La risposta, in realtà, è già a Roma. Nel ritratto introdotto da Katrin Bennhold e costruito intorno all’intervista di Roger Cohen, la premier Giorgia Meloni diventa il precedente capace di smentire lo spauracchio agitato per anni: non ha trascinato l’Italia fuori dall’Unione, ma ha cominciato a cambiare l’Unione dall’interno. «Pragmatica», «centrale», «significativa», queste le parole utilizzate.
Non è una conversione del quotidiano americano al melonismo. Restano le formule d’ordinanza sulla “destra radicale”, il richiamo alle origini postfasciste e l’interrogatorio permanente sul passato. Proprio per questo il riconoscimento ha un peso maggiore. Quando il pregiudizio arretra davanti ai fatti, emerge un’Italia politicamente stabile, più influente a Bruxelles e guidata da un presidente del Consiglio che potrebbe assumere il ruolo di decana della politica europea dopo l’uscita di scena di Emmanuel Macron.
L’Italia che non vuole più essere subalterna
Il punto politico dell’intervista è racchiuso in una frase: «Non mi piace l’idea di un’Italia subalterna». Meloni rivendica così un Paese che «non corre dietro agli altri» e vuole renderlo «protagonista, e che questo possa portare benefici a tutta l’Europa». Il New York Times legge questa evoluzione come il risultato di una leader moderata dal potere. Ma si potrebbe rovesciare la prospettiva: è l’esercizio del governo ad aver dimostrato che molte battaglie della destra non erano estremismi da addomesticare, bensì questioni che l’Europa aveva rinviato troppo a lungo.
È accaduto soprattutto sull’immigrazione. Quando Meloni arrivò a Palazzo Chigi, Bruxelles discuteva quasi esclusivamente di come distribuire i migranti tra gli Stati membri. Oggi il baricentro si è spostato sulla riduzione delle partenze, sulla difesa delle frontiere e sull’esame delle domande d’asilo fuori dal territorio comunitario. Soluzioni un tempo liquidate come propaganda sono ormai entrate nel lessico delle istituzioni europee.
Il realismo che cambia Bruxelles
Alla fermezza sui flussi si accompagna il Piano Mattei, con investimenti in 18 Paesi africani nei settori dell’energia, dell’acqua, della sanità e dell’agricoltura. Non soltanto contenimento dell’immigrazione, dunque, ma una strategia per fare dell’Italia il ponte naturale tra Europa e Africa — come spiega la giornalista ai lettori statunitensi —, riducendo anche la dipendenza dalla Cina per le materie prime critiche. È qui che il giornale americano riconosce la «forza, il peso e la capacità» acquistati dal nostro Paese.
Persino l’apertura di oltre 450mila canali d’ingresso per i lavoratori viene presentata come prova di pragmatismo. Più semplicemente, è la distinzione che la destra ha sempre rivendicato tra immigrazione regolare, necessaria all’economia, e irregolarità trasformata in sistema.
Lo stesso vale nel rapporto con Donald Trump. Meloni pensava sarebbe stato «più facile», ma non ha esitato a rispondere alle provocazioni provenienti dalla Casa Bianca: «Né io né l’Italia supplichiamo nessuno». Vicinanza politica, dunque, senza sudditanza.
La conclusione implicita del New York Times è quella che più dovrebbe inquietare i progressisti europei. Meloni non ha semplicemente normalizzato la destra: ha contribuito a spostare verso destra il terreno sul quale tutti sono costretti a confrontarsi. Per Marine Le Pen e per le altre forze conservatrici non è più soltanto un’alleata. È la dimostrazione che si può arrivare al governo, restarci e cambiare l’Europa senza distruggerla. Lo spauracchio è finito.