Intervista al Secolo d'Italia
Guareschi conquista la tv e torna in libreria. «Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra)»: Ferrazzoli racconta l’uomo oltre le etichette
Ha conquistato la prima serata della domenica italiana il film tv “Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano”. Andata in onda su Rai1 e interpretato da Giuseppe Zeno, la pellicola è stata seguita da 2 milioni 240 mila telespettatori, pari al 16% di share. Co-sceneggiatore del biopic televisivo di Rai1 e consulente “storico” per la realizzazione del film è Marco Ferrazzoli, in libreria in questi giorni con il volume dal titolo “Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra). Vita, opere e libertà di Giovannino Guareschi”, edito da Rai Libri.
Giornalista professionista, oggi capo l’ufficio stampa del Consiglio nazionale delle ricerche dopo una esperienza nell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ferrazzoli è tra i principali studiosi della figura di Giovannino Guareschi, a cui ha dedicato i saggi “L’eretico della risata” e “Non solo Don Camillo”, la mostra “6865” e il progetto “G2G”. Il Secolo d’Italia lo ha intervistato per raccontare il suo nuovo libro.
Ferrazzoli, il tuo libro di intitola: “Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra)”. Da dove nasce questa idea?
Il titolo riprende un’ironica e commovente riflessione dello stesso Guareschi, che paragonò la propria fermezza nei campi di concentramento ai primi capricci della figlia: «A Carlottina stanno spuntando quattro dentini e ha imparato a dire ‘no’. Anch’io ho imparato a dire ‘no’ ma c’è voluta una guerra mondiale». Arrestato dai tedeschi il 9 settembre 1943 ad Alessandria, lo scrittore rifiutò di collaborare con i nazisti e con la Repubblica Sociale Italiana, diventando Internato Militare Italiano (IMI) insieme ad altri 650.000 soldati. I venti mesi di prigionia tra Germania e Polonia rappresentarono per lui la vera “dura scuola” morale e di giornalismo politico. Lì capì che la difesa della propria dignità e della propria coscienza viene prima di qualsiasi compromesso per salvare la pelle.
La critica di sinistra e gran parte dell’establishment culturale hanno etichettato per decenni Guareschi come un autore “qualunquista”, “reazionario” o persino “razzista”. Come risponde?
Guareschi rivendicava con provocatoria ironia il titolo di “reazionario” e anche di uomo di “destra”, intesi però come fiera opposizione al consumismo, all’omologazione di massa e allo strapotere della partitocrazia. L’etichetta di “qualunquismo” viene smentita dalla sua storia personale: la sua satira nasceva da una profonda passione civile e da un’intransigente difesa della libertà di coscienza, maturata nella dura esperienza del lager e nella carcerazione subita per oltre 400 giorni su querela di Alcide de Gasperi.
Diversi intellettuali cattolici accusarono la saga del Mondo piccolo di essere una forma di “arte oppiacea”, che edulcorava il pericolo comunista e propugnava una sottile ed eretica convergenza tra cattolicesimo e marxismo. Guareschi non finì per diventare un “involontario alleato” della propaganda di sinistra, rendendo umanamente simpatici i militanti del PCI?
Questa critica rappresentò uno dei paradossi più cocenti per Guareschi, proprio lui che con i manifesti elettorali del 1948 e le vignette sui “trinariciuti” era stato riconosciuto da riviste internazionali come Life quale il più efficace propagandista anticomunista d’Europa. L’accusa di edulcorazione nasceva da un fraintendimento della sua impostazione etica. Come spiegò lo stesso autore nelle sue lettere, la sua intenzione era tracciare una linea netta tra l’ideologia e l’apparato comunista (da combattere senza sconti) e il singolo individuo o militante (da salvare attraverso la coscienza). Inserire l’umanità e la fede popolare nei personaggi come Peppone non serviva a giustificare il comunismo, ma a mostrare come la coscienza cristiana potesse prevalere sulle direttive di partito e spingere i compagni a “ritirare il cervello dall’ammasso”.