Il libro
“Gli incendiari” e la rivoluzione incompiuta: il romanzo che racconta il fascismo visto dalla strada
Fabiano Gaita racconta il fascismo non per quello che diventerà ma per quello che ancora pensa di essere, attraverso lo sguardo di uomini che si sentono parte di un mondo in movimento
Ci sono molti modi per raccontare il fascismo. Si può partire da Mussolini e dai palazzi del potere, dalla costruzione dello Stato, dalle leggi e dalle istituzioni del regime. Oppure si può guardare alla strada, alle sezioni, alle squadre, agli uomini che hanno attraversato la guerra, Fiume, lo squadrismo e la Marcia su Roma e che, dopo aver portato il fascismo al governo, scoprono di non essere affatto diventati padroni del potere. È questa seconda prospettiva a rendere interessante Gli Incendiari. 1924, l’estate dei veleni di Fabiano Gaita (ediz. Passaggio al bosco), romanzo ambientato nell’estate del 1924, quando l’assassinio di Giacomo Matteotti apre una crisi che mette in discussione gli equilibri appena costruiti.
Una prospettiva dal basso
Il protagonista, Duilio Libonatti, viene da una famiglia del popolo. Volontario nella Grande guerra, fiumano, squadrista, protagonista della Marcia su Roma, dopo la conquista del potere tenta di tornare alla vita privata. Ma è un ritorno impossibile. L’esperienza della guerra e della militanza lo ha trasformato: come un moderno Cincinnato, può anche provare a deporre le armi, ma non può davvero evitare di tornare quello che era.
È attraverso di lui che Gaita sceglie di raccontare il fascismo non dall’alto, ma dal basso. Non quello che il fascismo diventerà, dunque, ma quello che ancora pensa di essere.
Una rivoluzione arrivata a metà
Gli uomini di Libonatti appartengono a un mondo ancora in movimento. È irruento, contraddittorio, a tratti confuso, ma convinto che la conquista del governo non abbia esaurito la propria esperienza. La Marcia su Roma è stata una vittoria, ma non la conclusione della rivoluzione.
Qui sta uno dei nodi più interessanti del romanzo: il fascismo è arrivato formalmente al potere, ma non sostanzialmente. Chi viene dalla strada continua a percepire una distanza tra ciò che è stato conquistato e ciò che avrebbe dovuto essere realizzato.
La distanza tra il fascismo-movimento e il fascismo-Stato diventa così una tensione narrativa prima ancora che una categoria storica. Da una parte ci sono gli uomini della militanza, dall’altra palazzi, burocrazia, apparati, interessi economici, vecchie élite, nobili, opportunisti e quanti guardano con diffidenza, quando non con odio, ai nuovi arrivati. La Marcia su Roma non ha cancellato il vecchio mondo. Ha aperto una lotta diversa: quella per trasformare una forza rivoluzionaria in una struttura di governo. E proprio qui il romanzo trova il suo terreno più fertile.
Il fascismo come ambiente umano
Il punto di forza di Gli Incendiari è soprattutto nella costruzione degli uomini. I personaggi hanno biografie, origini, motivazioni, amicizie e rancori. Molti provengono da famiglie umili; quasi tutti hanno attraversato la Grande guerra, Fiume, lo squadrismo e una militanza vissuta come esperienza totale.
Il loro linguaggio è quello dell’azione. Non elaborano sistemi politici compiuti: agiscono, rischiano, combattono. Il fascismo appare così come un grande crogiuolo nel quale convivono nazionalismo, aspirazione rivoluzionaria, sentimento antiborghese, culto dell’azione, volontà di rigenerazione, spirito squadrista e desiderio di trasformazione sociale. È un mondo che non ha ancora smesso di sentirsi rivoluzionario e, proprio per questo, i protagonisti guardano con sospetto a quanti si adattano rapidamente alla nuova situazione.
La rivoluzione, ai loro occhi, non può ridursi a una semplice sostituzione della classe dirigente. È ancora militanza, appartenenza, amicizia virile, avventura e azione. E la violenza, nel loro universo, non è un elemento occasionale, ma una componente strutturale dell’esperienza. Gaita prova così a mostrare come questi uomini vedessero sé stessi, non semplicemente come li avrebbe descritti, molti decenni dopo, la storiografia.
Balbo, Farinacci e gli uomini del potere
Anche i personaggi storici acquistano rilievo proprio perché restituiscono la pluralità interna di quel mondo. Italo Balbo appare duro, irriverente, spericolato, ancora segnato dall’energia dello squadrismo. Roberto Farinacci incarna invece la componente più radicale e intransigente mentre Bottai è fermo nella sua visione moderata e normalizzatrice. Attraverso figure diverse, il romanzo suggerisce quanto il fascismo fosse tutt’altro che un blocco monolitico.
Ma poi arriva Mussolini e proprio l’incontro con Libonatti assume un significato particolare. Il rapporto sembra quasi rovesciarsi: è l’uomo venuto dalla strada, dalla guerra e dalla militanza a riportare nel confronto con il capo del fascismo qualcosa dell’antica energia rivoluzionaria.
Quasi che, entrando nei palazzi del potere, Mussolini avesse smarrito una parte della tensione originaria del movimento e che proprio uno dei suoi vecchi uomini venisse a ricordargliela, come poi del resto effettivamente accadrà nel punto più alto della crisi successiva all’omicidio di Matteotti. È una scena che può essere letta come la metafora dell’intero romanzo: la rivoluzione che torna a bussare alla porta del potere che essa stessa ha contribuito a costruire.
Un affresco di un mondo ancora inquieto
Gli Incendiari è, prima di tutto, un romanzo: una storia d’avventura che utilizza il contesto storico per raccontare uomini e conflitti. La scrittura è talvolta più insistita di quanto sarebbe necessario, soprattutto quando torna a spiegare motivazioni psicologiche che il lettore ha già compreso. Ma questo non compromette la leggibilità né la capacità di costruire un ambiente.
Il risultato è un affresco godibile di un ambiente umano e politico in movimento. Un mondo che contiene contraddizioni e che spesso le risolve non attraverso la riflessione, ma attraverso l’azione; un mondo che, dopo aver conquistato il potere, non riesce ancora a smettere di sentirsi rivoluzionario.
Non è tanto una nuova interpretazione generale del fascismo quella che Gaita propone, quanto il tentativo di raccontare uomini che si sentono ancora parte di una storia incompiuta. Il retroterra ideologico dell’autore è evidente, ma ridurre il romanzo a un’etichetta politica significherebbe perdere proprio l’aspetto più interessante: la possibilità di osservare dall’interno, e dal basso, una fase nella quale il fascismo non ha ancora assunto la forma definitiva del regime.
Resta allora la domanda che il romanzo, forse più efficacemente di qualsiasi risposta, lascia sul tavolo: che cosa succede a una rivoluzione quando conquista il potere ma scopre che il potere non le appartiene ancora davvero? Forse è questo il punto più interessante de Gli Incendiari: raccontare uomini che hanno contribuito a incendiare il vecchio mondo e che, una volta entrati nei suoi palazzi, scoprono che quel mondo non è affatto scomparso. E che la rivoluzione, per loro, non è ancora finita.