Chi ha paura della storia?
“Il purgatorio dei vinti”, il libro che racconta Coltano e la memoria negata dei vinti
Gianni Oliva riporta alla luce la storia dei prigionieri della Rsi e una pagina dimenticata del dopoguerra. Il saggio porta con sé un invito alla riflessione sulla costruzione della memoria nazionale e sulla rimozione di pagine considerate scomode Si tratta di riconoscere che la memoria nazionale fu anche il prodotto delle necessità di un Paese che doveva presentarsi come una nazione liberata e nuovamente legittimata. In questa costruzione Coltano diventava una presenza imbarazzante.
La guerra finisce quando tacciono le armi, ma non sempre quando vengono meno le ragioni dell’odio, della paura e della vendetta. Per molti uomini della Repubblica sociale italiana, la primavera del 1945 non significò il ritorno alla libertà, ma l’inizio di una nuova prigionia. A Coltano, alle porte di Pisa, migliaia di sconfitti furono rinchiusi in un grande campo alleato. Cominciava così, per loro, un dopoguerra fatto di detenzione, attesa e incertezza.
È a questa pagina poco conosciuta che Gianni Oliva dedica Il purgatorio dei vinti, edito da Mondadori. Ma il libro non è soltanto la ricostruzione dei campi d’internamento della Rsi: è anche un’indagine sulle ragioni per le quali quella storia, raccontata dagli stessi protagonisti, sia progressivamente scomparsa dalla memoria pubblica.
Il purgatorio dei vinti
Coltano fu il maggiore dei campi destinati ai prigionieri della Repubblica sociale: nel momento di massima concentrazione arrivò a raccogliere fra i 30 e i 35mila internati. Oliva ricostruisce anche altri campi, alcuni di transito, altri destinati a una permanenza più stabile, come Padula e Colle Scipoli, distinguendo tempi e modalità di apertura e gestione.
Il racconto delle condizioni di vita e di detenzione è rigorosamente fattuale. Non ci sono facili analogie con altre esperienze concentrazionarie né il tentativo di trasformare i prigionieri in una categoria indistinta di vittime. Ci sono documenti, numeri e testimonianze.
Ed è proprio la memorialistica uno degli aspetti più importanti del libro. Molti di quegli uomini, appena usciti dai campi, avevano raccontato ciò che avevano vissuto. Tra loro anche personaggi destinati a diventare celebri, ma quella produzione è stata progressivamente dimenticata. Oliva la recupera e la riporta dentro la conoscenza storica, restituendo visibilità a una voce rimasta per decenni confinata nella memoria privata dei protagonisti.
Prima di Coltano, Salò
Per comprendere quei prigionieri occorre però tornare indietro, alla storia della Repubblica sociale, dell’esercito di Salò e soprattutto del volontarismo. I cosiddetti «ragazzi di Salò» erano figli di una generazione cresciuta nell’educazione politica e culturale del ventennio fascista. Ma erano anche uomini e donne che, dopo l’8 settembre, compirono una scelta concreta: migliaia di giovani si presentarono ai bandi di reclutamento, entrarono nelle formazioni armate della Rsi o parteciparono alle sue strutture.
La vicenda del reclutamento mostra quanto sia riduttivo spiegare il fenomeno esclusivamente attraverso la coercizione. Il primo bando, pur avendo carattere obbligatorio, fu percepito diversamente da quelli successivi, nei quali la mancata presentazione comportava conseguenze molto più dure, fino alla pena di morte. Una massa consistente di giovani si presentò, anche se non sufficiente a coprire le esigenze del nuovo esercito.
Il volontarismo proseguì nella militarizzazione del Partito fascista repubblicano, nelle Brigate nere e, in forma particolare, nella Decima Mas. E accanto agli uomini ci furono le donne del Servizio Ausiliario Femminile. Non si tratta di riabilitare quella scelta. Si tratta di riconoscere che quel volontarismo fu un fenomeno storico reale e significativo, al pari di quello che alimentò le formazioni partigiane. Comprendere perché migliaia di persone decisero di schierarsi dalla parte della Repubblica sociale è una domanda storica, e non diventa illegittima solo perché la risposta può risultare politicamente scomoda.
La memoria che scompare
È qui che il libro di Oliva assume un significato che va oltre Coltano. La storia dei campi non è stata soltanto dimenticata: per lungo tempo è stata privata di una piena legittimità memoriale. Le memorie dei prigionieri esistevano, ma non sono entrate nella narrazione nazionale con la stessa forza di altre memorie del dopoguerra.
Il meccanismo è comprensibile nella costruzione dell’Italia repubblicana. Il Paese aveva bisogno di rappresentarsi come una nazione che, dopo la parentesi fascista, aveva ritrovato se stessa nella Resistenza, nella Liberazione, nel Regno del Sud e nella cobelligeranza. Questa rappresentazione lasciava ai margini l’Italia che aveva combattuto contro gli Alleati e gli italiani che dopo l’8 settembre avevano scelto di continuare la guerra nella Rsi.
Anche la complessa vicenda delle istruttorie sui crimini di guerra si colloca dentro questo quadro. Oliva ricorda il progressivo diluirsi delle denunce relative ai crimini commessi dagli italiani e a quelli compiuti dai tedeschi in Italia. Non una semplice dimenticanza, ma anche l’effetto delle esigenze politiche e diplomatiche del dopoguerra.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano responsabilità diverse. Si tratta di riconoscere che la memoria nazionale fu anche il prodotto delle necessità di un Paese che doveva presentarsi come una nazione liberata e nuovamente legittimata. In questa costruzione Coltano diventava una presenza imbarazzante.
Dalla memoria negata alla memoria rispettata
Il discorso di Luciano Violante sui «ragazzi di Salò» nel 1996 e, qualche anno dopo, la stagione di Carlo Azeglio Ciampi rappresentarono aperture verso una concezione meno divisiva della memoria nazionale. Ma sarebbe sbagliato considerarli il punto di partenza di una memoria finalmente condivisa. Furono piuttosto segnali tardivi di un processo ancora incompiuto, e il tema resta controverso.
Il problema, del resto, non è costruire una memoria condivisa. È costruire una memoria conosciuta e, da questa, una memoria rispettata. Una democrazia non deve necessariamente riconoscersi nella memoria dei propri avversari. Può giudicarla e contestarla, ma non dovrebbe aver bisogno di cancellarla. La memoria negata non è necessariamente una memoria censurata: è una memoria alla quale non viene riconosciuto il diritto di entrare nel racconto nazionale.
Conoscere, però, non basta. Il passo ulteriore è riconoscere a quella memoria piena cittadinanza nel patrimonio storico nazionale. Non significa equiparare esperienze politiche e responsabilità diverse, né rinunciare al giudizio storico. Significa accettare che anche la memoria dei vinti, come tutte le memorie che appartengono alla storia italiana, abbia diritto di essere conosciuta e rispettata, anche quando si pone in contrasto con memorie di segno opposto che per lungo tempo sono state dominanti.
È questa la considerazione più importante del libro. La memoria dei vinti non deve diventare ufficiale, né assolta: deve poter esistere come parte della conoscenza storica e del patrimonio della nazione. Comprendere non significa giustificare. Ricordare non significa assolvere. Rispettare una memoria non significa condividerla.
Coltano non ha bisogno di diventare un luogo della memoria fascista. Ha bisogno di diventare un luogo della memoria italiana. Una nazione non diventa più forte cancellando i propri vinti. Diventa più matura quando riesce a conoscere e rispettare tutta la propria storia, anche quella che ha preferito non ricordare.