Il libro
“Nel nome del pallone”, il calcio come fede e lo stadio come liturgia: perché il gioco è una cosa seria
Nel volume di Fulvio Paglialunga il calcio è una delle grandi casseforti contemporanee dell’appartenenza e diventa il pretesto per parlare del tempo, dei luoghi e soprattutto delle persone
Novanta minuti possono diventare qualcosa di molto più grande di una partita. Fulvio Paglialunga in Nel nome del pallone, edito da Rai Libri, prova a raccontare perché. Il punto di partenza è semplice e insieme irresistibile: il calcio come religione. Il pallone diventa una divinità capricciosa, lo stadio una chiesa, la domenica – o qualunque giorno il calendario moderno abbia destinato alla partita – una festa comandata. Ci sono santi, reliquie, pellegrinaggi, preghiere, riti e soprattutto fedeli. E anche alcune imprecazioni probabilmente, che, per il tifoso, non sono mai né poche né tantomeno gratuite. E queste hanno valenza doppia, per il tifoso; il quale, prima ancora di capire il calcio, impara a credere. E spesso quella fede gli viene consegnata da bambino, insieme a una maglia, a una sciarpa o alla mano di un padre che lo accompagna per la prima volta allo stadio.
Il gioco è una cosa seria
Paglialunga palleggia continuamente con questo parallelismo, con una scrittura frizzante, ironica e a tratti evocativa. Emerge che il gioco è una cosa seria: il calcio è una delle grandi casseforti contemporanee dell’appartenenza. Si cambia città, lavoro, abitudini, persino idee. La squadra, invece, resta. Con una fedeltà spesso incomprensibile per chi non la condivide.
Il pallone diventa il pretesto per parlare del tempo, dei luoghi e soprattutto delle persone. Lo stadio non è soltanto cemento e gradinate: è il posto occupato per la prima volta accanto a un padre, magari già appartenuto idealmente a un nonno e destinato un giorno a un figlio. È una geografia sentimentale ed emotiva nella quale le generazioni finiscono per sedersi una accanto all’altra.
Una liturgia oltre il pallone
Dentro questa liturgia trovano posto anche le sconfitte, forse persino più delle vittorie: i trofei si contano, mentre certe partite perse si raccontano per tutta la vita. Il libro (Taranto-centrico, leggendo capirete il perché) attraversa così stadi, città, campioni e tifoserie, passando dal personale all’universale. E alla fine resta una sensazione familiare a chiunque abbia amato davvero una squadra: il calcio conta proprio perché, razionalmente, non dovrebbe contare così tanto.
Forse è questa la sua liturgia. Aspettare una partita per giorni, percorrere sempre la stessa strada verso lo stadio, indossare gli stessi colori, cantare insieme a migliaia di sconosciuti e affidare per novanta minuti il proprio umore a undici uomini e a un pallone che rotola. Sapendo benissimo che può andare dalla parte sbagliata, e tornando, la volta successiva, a crederci lo stesso.