Il dibattito
Extra profitti bancari: tassare i guadagni o correggere le regole del mercato?
Il sistema finanziario svolge una funzione essenziale nell’economia: raccoglie il risparmio, finanzia imprese e famiglie, distribuisce il credito e contribuisce alla gestione dei rischi. Le banche, in particolare, mettono in relazione chi dispone di risorse finanziarie con chi ne ha bisogno per investire o consumare. È un’attività d’impresa e, come tale, deve produrre un profitto.
Il problema nasce quando la redditività cresce molto oltre i livelli ordinari e si concentra in un periodo caratterizzato da condizioni particolarmente favorevoli. È quanto accaduto al sistema bancario italiano negli ultimi anni, alimentando il dibattito sugli extra profitti bancari.
Quando un profitto diventa “extra”
L’extra profitto non è una categoria giuridica, ma un concetto economico. Indica un guadagno eccezionalmente elevato rispetto a quello che un’impresa conseguirebbe in condizioni considerate normali e che può dipendere da fattori temporanei, come variazioni dei prezzi, shock esterni o condizioni monetarie particolarmente favorevoli.
Nel settore bancario, il fenomeno è stato strettamente collegato al forte aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Banca Centrale Europea a partire dal 2022. L’aumento dei tassi ha fatto crescere rapidamente il costo dei mutui e dei prestiti e, di conseguenza, i ricavi delle banche derivanti dagli impieghi. La trasmissione dei rialzi ai depositi e alla raccolta è stata invece più lenta. Il risultato è stato l’ampliamento del margine d’interesse, cioè della differenza tra quanto le banche incassano dagli impieghi e quanto riconoscono sulla raccolta.
I numeri danno la misura del fenomeno. Secondo un’analisi FABI, gli utili netti delle banche italiane sono passati dai 25,5 miliardi del 2022 a oltre 40,7 miliardi nel 2023, fino ai 46,5 miliardi del 2024. Nel triennio 2022-2024 il totale avrebbe superato i 112 miliardi. Questi risultati non possono essere attribuiti esclusivamente alla differenza tra tassi sui prestiti e tassi sui depositi: contano anche la crescita delle commissioni, il miglioramento dell’efficienza, la qualità del credito e la riduzione dei costi. Tuttavia, il ciclo dei tassi ha avuto un ruolo determinante nel rilancio della redditività bancaria.
Il nodo della redistribuzione
È proprio qui che nasce la questione politica ed economica. Se le banche aumentano i tassi sui finanziamenti molto rapidamente, mentre la remunerazione dei depositi cresce più lentamente, una parte del beneficio derivante dal nuovo scenario monetario rimane agli intermediari anziché trasferirsi immediatamente a risparmiatori e clienti. Da una parte, si può sostenere che si tratti del normale funzionamento del mercato: le banche assumono rischi, devono remunerare il capitale, sostenere costi e mantenere adeguati livelli patrimoniali. Dall’altra, quando una redditività eccezionale deriva soprattutto da una condizione congiunturale e non da un corrispondente aumento della produttività, diventa legittimo interrogarsi sulla distribuzione dei benefici tra banche, famiglie e imprese.
È questa la vera questione: non tanto se una banca abbia il diritto di guadagnare, quanto se il mercato riesca a trasferire in modo equilibrato i benefici e i costi delle variazioni dei tassi d’interesse.
La tassa del 2023 e il cambio di strategia
Nel 2023 il Governo italiano intervenne con il cosiddetto Decreto Asset, introducendo un prelievo straordinario sui maggiori margini d’interesse delle banche. La misura originaria prevedeva un prelievo fino al 40%, accompagnato da limiti destinati a tutelare la stabilità patrimoniale degli istituti. Durante l’iter parlamentare, però, il meccanismo venne modificato. Alle banche fu consentito, in alternativa al pagamento dell’imposta, destinare a una riserva non distribuibile un importo pari a 2,5 volte il tributo. La scelta mostrò una difficoltà strutturale: tassare gli extra profitti senza compromettere la solidità patrimoniale degli istituti e senza trasferire successivamente il costo sui clienti non è semplice.
Il tema è tornato al centro della politica economica con la manovra 2026. La strategia si è progressivamente spostata da una tassa straordinaria vera e propria verso strumenti fiscali e patrimoniali che consentono allo Stato di ottenere entrate nel breve periodo, lasciando contemporaneamente alle banche margini per gestire le riserve accumulate.
La legge di bilancio 2026 ha previsto, tra l’altro, un’imposta sostitutiva sull’affrancamento delle riserve legate alla precedente disciplina sugli extra profitti. Secondo i documenti parlamentari, questa misura è stata contabilizzata per circa 1,65 miliardi di maggiori entrate nel 2026.
A febbraio 2026, inoltre, l’Ansa ha riferito che le principali banche italiane avevano utilizzato il meccanismo previsto dalla manovra, versando al fisco poco più di 1,8 miliardi per liberare le riserve accantonate nel 2023.
Il vero problema è la concorrenza
Ridurre la questione alla sola tassazione degli extra profitti rischia però di spostare l’attenzione dal problema principale. La domanda più importante dovrebbe essere: perché il mercato non è stato in grado di trasferire più rapidamente ai risparmiatori l’aumento dei tassi? Qui entrano in gioco la concorrenza tra gli istituti, la mobilità dei clienti, la trasparenza delle condizioni economiche e la capacità dei risparmiatori di confrontare le offerte. Un mercato più competitivo potrebbe ridurre la necessità di interventi fiscali straordinari. Se un cliente può trasferire facilmente il proprio conto o i propri risparmi verso una banca che offre condizioni migliori, gli istituti hanno un incentivo maggiore a remunerare la raccolta e a contenere il costo del credito.
Anche la Banca d’Italia sottolinea l’importanza della solidità patrimoniale del settore e del mantenimento della capacità delle banche di finanziare l’economia. La redditività elevata, inoltre, ha contribuito negli ultimi anni al rafforzamento del capitale bancario, mentre i riacquisti di azioni proprie hanno prodotto effetti di segno opposto sulla patrimonializzazione.
Tassare o riformare?
La tassazione straordinaria presenta dunque un evidente vantaggio: consente allo Stato di intercettare rapidamente una parte dei guadagni prodotti in una fase eccezionale. Ma presenta anche dei rischi. Un prelievo eccessivo può ridurre gli incentivi a concedere credito, modificare le politiche commerciali degli istituti o essere trasferito, almeno in parte, sui clienti attraverso maggiori costi e commissioni. Per questo motivo esistono alternative che non richiedono necessariamente una tassa sugli extra profitti.
Si può intervenire sulla concorrenza, facilitando la portabilità dei conti e rendendo più semplice confrontare le condizioni offerte dalle diverse banche. Si può rafforzare la trasparenza sui tassi e sulle commissioni. Si può incentivare una maggiore remunerazione dei depositi attraverso meccanismi di mercato, anziché imporla amministrativamente.
Un’altra strada consiste nell’utilizzare la fiscalità ordinaria, evitando interventi costruiti esclusivamente contro un singolo settore e intervenendo, eventualmente, sui profitti straordinari di tutti i comparti che beneficiano di condizioni eccezionali.
Anche la politica monetaria dispone di strumenti che possono incidere sulla liquidità e sulla trasmissione dei tassi, ma si tratta di decisioni che devono essere valutate nel quadro dell’intera area euro e del mandato della Bce.
Una questione che va oltre le banche
Il dibattito sugli extra profitti bancari è quindi il sintomo di una questione più ampia: il rapporto tra finanza ed economia reale. Negli anni dei tassi molto bassi le banche hanno dovuto convivere con margini compressi e una redditività ridotta. Con il rialzo dei tassi, lo scenario si è rapidamente invertito. Il sistema bancario ha recuperato redditività, mentre famiglie e imprese hanno dovuto sostenere costi di finanziamento significativamente più elevati. Non è necessariamente una distorsione del mercato: è anche il risultato della politica monetaria e del normale ciclo economico. Ma la rapidità con cui i diversi soggetti ricevono gli effetti delle variazioni dei tassi può produrre conseguenze distributive rilevanti.
È qui che il dibattito dovrebbe concentrarsi.
La vera sfida
La questione degli extra profitti non dovrebbe essere ridotta alla contrapposizione tra “tassare le banche” e “difendere le banche”. Entrambe le posizioni rischiano di semplificare eccessivamente un problema molto più complesso. Una banca efficiente e redditizia è indispensabile alla stabilità finanziaria e alla crescita. Ma altrettanto importante è un mercato nel quale la concorrenza spinga gli intermediari a trasferire ai clienti una quota adeguata dei benefici derivanti dalle condizioni economiche favorevoli.
La sfida, quindi, non è impedire alle banche di produrre profitti. È evitare che una redditività eccezionale generata da condizioni temporanee diventi una rendita permanente, mentre famiglie e imprese sopportano integralmente il costo del ciclo dei tassi. In questa prospettiva, la tassazione degli extra profitti può essere uno strumento, ma difficilmente può rappresentare da sola una politica economica. La soluzione di lungo periodo passa soprattutto dalla concorrenza, dalla trasparenza, dalla mobilità dei clienti e da una migliore trasmissione dei tassi tra credito e risparmio.
Il punto, in definitiva, non è quanto debbano guadagnare le banche. È capire se il sistema finanziario stia svolgendo fino in fondo la sua funzione originaria: trasformare il risparmio in investimenti e credito, sostenendo la crescita dell’economia reale e distribuendo in modo equilibrato i benefici del ciclo economico.
*Vincenzo Elifani – Presidente del Centro Studi di Confapi