Il cortocircuito a sinistra
Ddl antisemitismo, la giravolta di Schlein: pronta al no. Sconfessata dai suoi: “Inseguire il Pd fa orrore”
Quartapelle e Delrio contro il cambio di linea del Pd. I riformisti presentano il conto al Nazareno: "È adottata da 25 Stati su 27 in Europa. Conte approvò la definizione e lei la votò in Ue"
Bisogna riconoscere a Elly Schlein almeno un risultato: essere riuscita a trasformare una legge contro l’antisemitismo in un problema soprattutto per il Partito democratico. Non era facilissimo. Serviva arrivare al punto in cui, per contestare la linea scelta dal Nazareno, non fosse neppure necessario convocare Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini, o un qualche pericoloso esponente della destra. Bastano Graziano Delrio, Lia Quartapelle, Piero Fassino e Walter Verini.
Tutti “democratici”. Tutti poco inclini a considerare normale ciò che il loro partito si prepara a fare alla Camera: votare no — che poi fosse una novità — al ddl contro l’antisemitismo dopo essersi astenuto al Senato e dopo avere contribuito a modificarne il testo.
La definizione insopportabile. Che il Pd aveva già accettato
Il casus belli è la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Schlein ne chiede l’eliminazione perché teme che possa sovrapporre la critica alle politiche israeliane all’antisemitismo.
È una posizione che strizza l’occhio ovviamente agli amici delle piazze pro-Pal, per non dire pro-Hamas. Peccato che presenti un piccolo inconveniente per il Pd: quella definizione non è stata scoperta ieri in qualche covo del centrodestra. Lo ricorda pure Graziano Delrio nell’intervista al Corriere della Sera, e lo fa senza lasciare molto spazio alle interpretazioni: «Quella definizione fu adottata dal governo Conte II nel 2020 ed è il riferimento per la strategia contro l’antisemitismo in vigore già oggi», afferma il senatore. Non solo. «È adottata da 25 Stati su 27 e dalla stessa Unione europea su invito fatto nel 2017 proprio dal Parlamento europeo, votato giustamente anche da Schlein». Già, anche da Schlein. Insomma, la sinistra sconfessa persino se stessa.
E alla tesi secondo cui l’Ihra potrebbe trasformarsi in uno strumento per imbavagliare il dissenso Delrio oppone un altro dato: «Dopo dieci anni di ratifica in oltre 40 Paesi del mondo, nessun magistrato ha mai inquisito qualcuno sulla base della definizione». Dunque: una definizione accolta dal governo amico cui guida era il loro principale alleato, sostenuta in sede europea anche dalla stessa segretaria dem e utilizzata da decine di Paesi diventa oggi abbastanza problematica da giustificare il no del Pd.
Delrio presenta il conto
Ma Delrio va oltre. Dice di essere «molto amareggiato e rattristato» e ricorda che Liliana Segre aveva chiesto una convergenza parlamentare sul tema. Poi pronuncia la frase: «Mai il principale partito della sinistra italiana ha votato contro una legge che difende una minoranza». E spiega perché la questione, per lui, non è affatto astratta: «Il fenomeno è in crescita esponenziale, bambini italiani di religione ebraica vengono scortati a scuola e studenti italiani non possono parlare all’università perché ebrei». E aggiunge: «Non immaginavo di ricevere minacce e insulti per difendere il diritto dei cittadini italiani di origine ebraica di professare la loro fede e la loro cultura liberamente».
Alla domanda, poi, se tema che il Pd possa seguire i pentastellati anche sull’Ucraina risponde con un avvertimento: «La radicalizzazione del centrosinistra sui temi della politica estera sarebbe un problema per il Paese».
Quartapelle: “Mi fa orrore”
Tema su cui anche la deputata Lia Quartapelle entra a gamba tesa. Nell’intervista al Dubbio dice: «L’idea che il Pd possa votare contro per inseguire il M5S mi fa orrore». E ricorda un particolare che rende la giravolta ancora meno comprensibile: «Il nostro partito ha lavorato al Senato ottenendo grandi miglioramenti del testo, votare No sarebbe un errore incomprensibile».
È il punto decisivo. Il Pd non si trova davanti allo stesso provvedimento originario contro il quale non avrebbe avuto strumenti. Ha partecipato alla sua riscrittura. Ha contribuito a eliminarne le parti considerate più problematiche. E adesso rischia di bocciare anche il risultato di quel lavoro. «Un voto contrario sconfesserebbe lo spirito con cui il Pd si è impegnato». Più chiaro di così è difficile.
Criticare Netanyahu non significa dimenticare gli ebrei
La deputata mette infine a fuoco una distinzione che dovrebbe essere elementare: «Penso che sarebbe compito del Pd dimostrare che si può contrastare con la stessa forza e lo stesso rigore le politiche di Netanyahu e l’antisemitismo che si è fatto più forte in casa nostra», spiega. Il rischio, osserva, è invece quello di precipitare in una polarizzazione nella quale «o si contrasta Netanyahu dimenticandosi della situazione degli ebrei in Italia oppure si sta con gli ebrei e quindi si tace sul massacro a Gaza». Non sono alternative. E soprattutto non dovrebbe essere necessario sceglierne una.
Nessuno può dire oggi quale sarà l’ultimo voto dei democratici quando il provvedimento arriverà in Aula. Una cosa, però, è già documentata: prima ancora di dividere il Parlamento, il ddl sull’antisemitismo è riuscito a dividere il Pd da se stesso.