Ripartire dalle basi
Il liceo classico non è migliore, è diverso: perché bisogna tornare a studiare il greco e il latino alla vecchia maniera
Urge un recupero della classicità, sui banchi di scuola come al cinema e in libreria: bisogna mobilitare i classicisti, tenendo a bada i loro tic ma anche mettendoli in condizione di lavorare
Ammesso, si fa per dire, che qualcuno mi chieda cosa ne pensi io degli studi classici, e quindi come io vorrei migliorarne l’attuale condizione, ecco cosa risponderei. Premetto, però, che gli studi classici non sono “meglio”, perché non c’è una gara; e spero che nessuna mamma mandi ancora la graziosa figliuola al Classico perché fa scena con la vicina di pianerottolo! Gli studi classici sono tuttavia diversi, come ogni indirizzo, e vanno trattati diversamente. Vediamo come.
La diversità degli studi classici
Intanto, gli studi classici sono indispensabili, in un’Italia la cui cultura deriva dalle tre culture e lingue classiche: la latina, la greca, l’italiana medioevale e rinascimentale. È dunque necessario che la tradizione culturale venga trasmessa e conservata, e ciò può avvenire solo con apposito corso di studi. Ciò esclude dilettantismi e approssimazioni, magari in traduzioni superficiali e spesso errate; o ammodernate e politicamente corrette, il che è molto peggio. Vale anche per l’italiano, se alcuni dotti colleghi spiegano, di Dante, solo Francesca e, forse, Ulisse, però evitando di informare i fanciulli che i due sono all’Inferno in quanto peccatori: o pare brutto.
Tradurre è sempre un po’ tradire
Quanto ai testi greci e latini, essi possono essere conosciuti solo nelle lingue originali. In particolare, le parole greche hanno tante di quelle valenze… e si discute da millenni cosa voglia dire Ulisse polytropos, “dai molti avvolgimenti”, alla lettera, “dal multiforme ingegno” nel Pindemonte. Figuratevi la terminologia filosofica! E quella politica, con l’ambivalenza della parola democrazia.
Ciò comporta la conoscenza del greco e del latino; e conoscenza effettuale, reale e totale. Perché insisto? Perché ho più di una prova che ciò non avviene in maniera soddisfacente, poiché mi capita di costatare che al quarto anno (ex secondo Liceo) devono terminare le declinazioni: e non scherzo. Per l’aoristo secondo passivo, i ragazzi aspetteranno l’età della pensione e la casa di riposo? Oppure qualche insegnante è maniaco dell’inclusione, e non può andare avanti se non include anche Pinocchio e Lucignolo? E non gli viene il dubbio che l’eventuale non incluso ha semplicemente sbagliato scuola, e si troverebbe benissimo altrove? Vero che se glielo dite, papà e mammà si rivolgono al Tar, e il Tar darà loro ragione con tante scuse.
Serve qualcosa di nuovo, anzi di antico
Serve una riforma… nel senso di tornare indietro, a quando s’insegnavano i classici perché il professore li sapeva con tutti i risvolti più segreti della metrica e dei dialetti eccetera. Ci vuole un meccanismo che vieti di chiedere trasferimento, punti in mano, al Classico perché è più vicino a casa. Ma serve anche un metodo più moderno e telematico di studiare latino e greco.
La necessità di recuperare le radici
Questo, in estrema sintesi, per la scuola. Eppure, e non ce l’abbia con me il filologo, la cultura classica non finisce con la laurea, anzi inizia quando lo studio volge al termine, e ci si libera dalla grammatica. Occorre altro, perché si recuperino le radici del nostro essere stati, e, speriamo, del essere italiani. Qui servirebbe una distinzione tra classicità, classicismo, neoclassicismo: ma ne facciamo solo cenno. Certo che solo i modelli grecolatini possono salvarci dal vezzo delle sedicenti poesie che sono mediocre prosa andando ogni tanto, e casualmente, anzi arbitrariamente, a capo.
Il senso della classicità
Poesia, prosa classiche non sono per forza quelle che parlano di ninfe e dei; sono quelle che mostrano “harmonìa”, che, per capirci, significa bellezza funzionale, non idilliaca, estetica e statica. Anche un abito è classico, anche la musica è classica, anche un film è classico, se mantiene il miracolo dell’equilibrio tra le parti. Non sono classici i filmoni hollywoodiani, lo è molto di più il bel lavoro di Magni “Scipione detto anche l’Africano” (1971), in romanesco anch’esso classico (senza “anvedi” e “aho” ogni due minuti), e con attori di altissimo livello; e che fu un perfetto manuale di storia del III e II secolo a. C.; e in cui ci possiamo riconoscere noi del 2026, e senza bisogno di forzate attualizzazioni.
Conclusione, per ora, urge un recupero della classicità, sui banchi di scuola come al cinema e in libreria. Bisogna mobilitare i classicisti, e da una parte tenerli a freno contro le loro deformazioni professionali, dall’altra consentire loro di lavorare.