Analogie letterarie
Dal “Campo dei Santi” a “Sottomissione”: i romanzi per capire l’Europa di Ceuta
Raspail e Houellebecq, come Orwell, Huxley e Buzzati: i grandi scrittori sanno intercettare le inquietudini della propria epoca e anticipare le domande della storia con i loro romanzi
Le immagini degli sbarchi a Ceuta hanno riportato al centro del dibattito europeo un tema destinato periodicamente a riaffiorare: il rapporto tra migrazioni, identità e futuro del continente. Per chi conserva memoria di altre stagioni, il pensiero corre inevitabilmente anche all’estate del 1991, quando migliaia di albanesi approdarono sulle coste pugliesi, consegnando all’Italia una delle immagini simbolo della fine del Novecento.
I contesti storici sono diversi, le cause geopolitiche non coincidono, ma resta la forza di una stessa rappresentazione: il mare come luogo nel quale la storia irrompe nella vita quotidiana. È spesso in momenti come questi che alcuni romanzi tornano a essere letti. Non perché abbiano previsto gli avvenimenti, ma perché sembrano offrire una chiave per interpretarli.
Quando il presente riscopre i suoi romanzi
È accaduto con Il Campo dei Santi di Jean Raspail, pubblicato nel 1973 e a lungo confinato in una circolazione controversa, prima di essere riscoperto negli anni in cui l’immigrazione è diventata uno dei grandi temi del dibattito europeo. Ed è accaduto con Sottomissione di Michel Houellebecq, uscito nel 2015 e immediatamente travolto da polemiche che finirono quasi per oscurarne la straordinaria qualità letteraria.
Accostarli esclusivamente perché entrambi parlano di Islam e immigrazione, tuttavia, significherebbe coglierne soltanto la superficie. I due romanzi raccontano infatti la medesima inquietudine, ma da prospettive profondamente diverse. Non sono libri che descrivono lo stesso fenomeno: sono libri che interrogano la stessa crisi da angolazioni differenti.
Due racconti, una stessa inquietudine
Raspail immagina una civiltà sottoposta a una pressione esterna che non riesce più a contenere. La sua scrittura è visionaria, esasperata, quasi allucinatoria. La narrazione procede per immagini estreme, con il ritmo di una lunga apocalisse annunciata. Il lettore non viene accompagnato: viene travolto.
Houellebecq sceglie la strada opposta. In Sottomissione non c’è alcuna invasione spettacolare, nessuna rottura improvvisa. La Francia continua a vivere nella rassicurante normalità delle sue istituzioni. Il cambiamento si insinua lentamente nelle abitudini, nelle convenienze, nelle scelte individuali. Tutto appare naturale. Ed è proprio questa apparente normalità a rendere il romanzo così inquietante. La trasformazione non nasce dalla forza, ma dall’adattamento e la sottomissione non viene imposta: viene accettata.
È probabilmente questa la grande intuizione narrativa di Houellebecq. Più che raccontare un evento politico, descrive una mutazione antropologica: il momento in cui una società, quasi senza accorgersene, rinuncia progressivamente a interrogarsi su ciò che la definisce.
È qui che il dialogo con Raspail diventa particolarmente fecondo. Il primo sembra chiedere: che cosa accade quando una civiltà non riesce più a difendere i propri confini? Il secondo sembra rispondere con una domanda ancora più radicale: che cosa accade quando una civiltà non sa più perché dovrebbe difendersi? Non sono due risposte alla stessa questione. Sono due domande che finiscono per illuminarsi reciprocamente.
La profezia che non predice
Per questo la loro attualità non dipende dall’avere “previsto” il presente. La grande letteratura non funziona come un oracolo. Piuttosto, coglie tensioni ancora sotterranee e ne immagina gli sviluppi possibili. Ogni epoca vive nel rapporto, spesso inquieto, tra ciò che ha ereditato e ciò che teme o spera di diventare. È proprio in quello spazio che il romanzo esercita una delle sue funzioni.
Il confronto tra Raspail e Houellebecq può dunque essere idealmente allargato ad altri grandi interpreti del Novecento, perché questa lezione attraversa molta narrativa di quel secolo. George Orwell non descrive semplicemente una dittatura futura; esplora i meccanismi attraverso i quali la libertà può essere progressivamente erosa. Huxley immagina una società nella quale la servitù nasce dal benessere e mostra come il consenso possa rivelarsi più efficace della repressione. Dino Buzzati, infine, racconta l’attesa infinita di un nemico che forse non arriverà mai, trasformandola nella metafora dell’immobilità di un’intera esistenza.
Romanzi diversissimi, accomunati dalla capacità di trasformare la finzione in uno strumento di conoscenza. I grandi scrittori non leggono il futuro. Leggono il presente con una profondità tale da renderne visibili le possibili conseguenze.
Quando una civiltà comincia a interrogarsi
Forse è questa la ragione per cui, davanti alle immagini di Ceuta, il pensiero torna spontaneamente a libri scritti decenni fa. Non perché offrano risposte definitive ai problemi del nostro tempo, ma perché ci costringono a formulare domande che la cronaca, da sola, non riesce a porre.
La letteratura non anticipa la storia nel senso in cui la cronaca racconta i fatti. Anticipa qualcosa di più difficile da cogliere: il momento in cui una civiltà comincia a dubitare di sé stessa. Ed è forse per questo che alcuni romanzi, quando il presente accelera, smettono di appartenere soltanto alla letteratura e tornano a diventare strumenti per comprendere il nostro tempo.