Il gioiellino dello zar
Due eliporti, una piscina e zero miglia: lo yacht di Putin è fermo in Toscana, ma costa tanto. Ecco chi paga
Congelato a Marina di Carrara dal 2022, lo Scheherazade ha già macinato 40 milioni tra equipaggio, manutenzione e refit. A muoversi è il denaro di una società offshore
Non macina miglia, ma milioni. Lo Scheherazade, il superyacht attribuito a Vladimir Putin e congelato a Marina di Carrara dal maggio 2022, è già costato circa 40 milioni di euro. Secondo documenti esaminati da La Stampa, ogni anno ne servono tra i 10 e i 12 per custodirlo, assicurarlo, pagare l’equipaggio e proseguire i lavori di ammodernamento. A finanziare questa costosissima immobilità, attraverso un meccanismo concordato con le autorità italiane, è una società offshore.
Da fine luglio il gigante è tornato in banchina, dopo un’altra serie di interventi eseguiti all’interno del cantiere di The Italian Sea Group, che ne segue la manutenzione. Dal vicino club nautico lo si può quasi toccare. Salire a bordo, invece, resta decisamente più complicato.
Due eliporti, piscina e sistemi antidroni
Lo Scheherazade non è esattamente un natante per la gita domenicale. È lungo 140 metri, pesa 10.167 tonnellate e dispone di sei ponti, due eliporti, una piscina e sistemi antidroni. Insomma, il sogno di ogni dittatore che si rispetti. Al momento del varo valeva circa 700 milioni di dollari; oggi la sua quotazione avrebbe raggiunto almeno il miliardo.
L’imbarcazione, battente bandiera delle isole Cayman, venne congelata il 6 maggio 2022, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Le indagini del Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza avevano rilevato «significativi collegamenti economici e di affari con elementi di spicco del governo russo».
La proprietà formale è stata ricondotta a Eduard Khudainatov, già presidente del colosso petrolifero Rosneft. Il nome del capo del Cremlino, tuttavia, aleggia sulla nave fin dal varo. Nel marzo 2022 la squadra investigativa di Alexei Navalny analizzò una lista dell’equipaggio: tra i primi 23 nomi, quasi la metà risultava legata all’Fso, il servizio federale che protegge il presidente russo e ne cura la sicurezza. Non un certificato di proprietà, certo, ma qualcosa di più consistente di una voce raccolta sul molo.
I milioni partono dall’offshore
Il principio delle sanzioni europee è semplice almeno sulla carta: il bene congelato non può essere venduto, affittato o utilizzato per produrre reddito a vantaggio del soggetto colpito. La proprietà, però, resta tutelata e l’imbarcazione non può essere lasciata arrugginire in porto.
Normalmente i costi di conservazione ricadono sullo Stato. Nel caso dello Scheherazade, invece, il governo italiano avrebbe raggiunto un accordo con l’armatore: a versare il denaro è la Bielor Assets Ltd, società offshore che alimenta due distinti canali di pagamento.
Il primo copre gli stipendi del personale di bordo, l’assicurazione, le forniture e le spese ordinarie. Il conto è intestato a The Italian Sea Group, che lo amministra sulla base di una lista autorizzata di beneficiari e importi. Nel bilancio consolidato del 2024 compaiono due voci da 4,603 e 1,383 milioni di euro, per un totale vicino ai sei milioni.
Un secondo flusso finanzia i lavori di refit, eseguiti dal cantiere anche attraverso fornitori esterni, per un importo analogo. Tra gli interventi realizzati figura persino una nuova spiaggetta di poppa, pensata per agevolare l’accesso all’acqua e offrire un’area relax sul mare. Anche uno yacht sotto sanzioni, evidentemente, deve attendere tempi migliori con tutte le comodità.
Il contratto scade, il cantiere è in crisi
Ora, però, il tempo stringe. Il contratto di refit firmato nel 2021 scadrà il prossimo 16 settembre e The Italian Sea Group attraversa una grave crisi, con una procedura di concordato in bianco. Giovanni Costantino si è dimesso da presidente e amministratore delegato, determinando la decadenza dell’intero consiglio di amministrazione, rimasto temporaneamente in prorogatio.
Costantino ricopre anche il ruolo di amministratore del bene congelato, ma i legali dell’armatore avrebbero già chiesto di valutare la nomina di un soggetto terzo. Resta inoltre da capire chi si occuperà della nave alla scadenza del contratto.
L’equipaggio, nel frattempo, si è ridotto dalle oltre settanta persone presenti prima del congelamento a circa venticinque, coordinate dal comandante Guy Bennett Pearce. Soltanto un paio sarebbero italiane.
Il vero mistero, dunque, non è soltanto chi stia pagando il conto, ma chi si trovi davvero dietro la catena societaria che porta allo Scheherazade. Le sanzioni hanno fermato lo yacht, non hanno dissipato le nebbie sulla sua proprietà. A Marina di Carrara tutto resta immobile, tranne i denari… Quelli, sono sempre in movimento.