La pulsione a tenersi occupati
Dal dolce far niente al tempo vuoto come errore di sistema: così la noia è diventata un lusso dimenticato
Schermi e stimoli continui hanno cancellato le pause dalle nostre giornate, riducendo gli spazi necessari per pensare, osservare e ritrovare noi stessi
Noia: una parola che sembra essere sparita dal vocabolario contemporaneo. Non perché non esista più, ma perché abbiamo deciso che non debba più capitarci di star lì, sul divano, a far nulla, senza essere ipnotizzati da qualcosa che ci stimoli, che ci riempia la testa, che ci impedisca di avere a che fare con noi stessi. È quasi un riflesso condizionato: bisogna fare qualcosa, ogni momento morto va riempito, ogni attesa occupata, ogni silenzio coperto da un sottofondo. Se un tempo il problema era trovare qualcosa da fare, oggi il problema è riuscire a non fare nulla.
La scomparsa della noia
Basta osservare una qualsiasi sala d’attesa, la fila alla cassa del supermercato o la banchina di una stazione. Nessuno guarda più intorno a sé. Nessuno si perde nei propri pensieri. Il telefono ormai è un’appendice della mano, parte integrante del corpo. Venti secondi di inattività sono diventati un tempo insopportabile. C’è gente che cammina per strada guardando la propria serie preferita sullo smartphone, preda di un inesorabile bisogno di essere costantemente intrattenuta, incurante del paesaggio, dei rumori, delle altre persone.
Un consumo compulsivo
Serie televisive infinite, social network, podcast, videogiochi, notifiche continue: abbiamo sempre qualcosa da consumare e sempre meno tempo per metabolizzare ciò che consumiamo. La noia è stata trasformata in un difetto da correggere. Ai bambini si consegna uno schermo appena pronunciano la frase “non so cosa fare”, agli adulti basta un’attesa di pochi minuti per sentirsi quasi a disagio. Come se restare da soli con i propri pensieri fosse diventata una forma di inefficienza.
Il paradosso contemporaneo
Il paradosso è che oggi siamo costantemente occupati ma sempre più distratti. Passiamo da un contenuto all’altro con una velocità impressionante, salvo poi lamentarci di non riuscire più a leggere un libro per un’ora o a seguire un ragionamento senza interromperlo ogni pochi minuti. Abbiamo moltiplicato gli stimoli e ridotto la capacità di attenzione.
Eppure, è proprio quando la mente smette di essere bombardata da stimoli che ricomincia a lavorare davvero. Le idee arrivano durante una passeggiata senza cuffie, osservando il paesaggio dal finestrino di un treno o semplicemente lasciando vagare i pensieri.
Il tempo vuoto come errore di sistema
Forse il problema non è la tecnologia, che resta uno strumento straordinario, ma il rapporto quasi compulsivo che abbiamo sviluppato con essa. Il tempo vuoto è diventato un errore del sistema, qualcosa da eliminare il prima possibile. E invece quel tempo apparentemente perso è spesso il più prezioso. È lì che maturano le idee, che si rimettono in ordine i pensieri e che si recupera un rapporto con se stessi che nessun algoritmo può sostituire.
La scomparsa del dolce far niente
C’è un’ironia tutta italiana in questa corsa a riempire ogni minuto della giornata. Siamo il Paese che ha trasformato il dolce far niente in un marchio conosciuto in tutto il mondo, che ha fatto della piazza, della passeggiata senza meta e della conversazione improvvisata al bar piccoli riti quotidiani. Eppure anche noi sembriamo aver dimenticato il piacere di contemplare un orizzonte in compagnia soltanto dei nostri pensieri.
Un lusso dimenticato
Forse stare da soli con se stessi è diventato troppo faticoso. Molto più semplice lasciarsi attraversare da un flusso continuo di stimoli che non richiedono alcuno sforzo, ma che ci illudono di impiegare bene il nostro tempo mentre, spesso, non fanno che consumarlo.
In un’epoca che misura tutto in termini di produttività, prestazioni e connessione permanente, concedersi il lusso di annoiarsi potrebbe diventare un piccolo gesto di resistenza. Perché il tempo che sembra non servire a nulla è, molto spesso, proprio quello che ci restituisce a noi stessi.