Uso e abuso degli anglismi
«All’opening party del nuovo concept store, con tappa al beauty center»: vogliamo davvero parlare così?
L'uso di termini stranieri è spesso dettato da mode e strategie di marketing più che da reali esigenze linguistiche e la Crusca avverte: «Questa imbarazzante epidemia va fermata»
Da termini come brainstorming a feedback, passando per meeting, coffee shop, spoiler, cringe e opening party: gli anglicismi hanno conquistato sempre più spazio nella comunicazione quotidiana, nella scuola e nel mondo del lavoro. Un fenomeno spesso dettato da mode e strategie di marketing più che da reali esigenze linguistiche, che rischia di impoverire uno dei patrimoni più preziosi dell’Italia: la nostra lingua.
La lingua come patrimonio di una Nazione
La lingua è il primo patrimonio di una Nazione. Prima ancora che nei monumenti, nei confini o nelle tradizioni è nelle parole che un popolo custodisce la propria identità. Eppure sempre più spesso capita di scontrarsi con un uso sconsiderato di anglicismi. Tanto che discutere del silenzioso cambiamento del parlato quotidiano risulta quantomeno doveroso per invitare a custodire le nostre radici linguistiche e a non farsi ingannare dall’anglomania. Un appello rilanciato negli ultimi anni anche dall’Accademia della Crusca, che ha più volte sottolineato come «va fermata l’imbarazzante epidemia di parole straniere, quasi tutte inglesi, che ci sommerge».
L’invasione silenziosa degli anglicismi
Basta fare una passeggiata in qualsiasi centro cittadino per accorgersi del progressivo cambiamento linguistico. C’è il coffee shop accanto al beauty center, il concept store che inaugura con un opening party, la food court del centro commerciale, il fitness club, il pet shop, il temporary store e il cartello che invita a partecipare al prossimo weekend event. Nel frattempo, in ufficio non si organizzano più riunioni ma meeting, non si lavora da casa ma in smart working, non si sceglie una sede ma una location. E se un prodotto viene consegnato, ormai arriva in delivery.
È chiaro come il nostro verbo viene alterato in contesti nei quali non se ne riscontra alcuna necessità, quantomeno lessicale. Nella maggioranza dei casi, infatti, non si tratta di prestiti linguistici indispensabili ma di nuove abitudini comunicative importate quasi sempre dal parlato americano. A queste parole, ne esistono centinaia, si aggiungono poi i cosiddetti «slang», ovvero quelle espressioni informali utilizzate costantemente dai giovanissimi per comunicare in modo rapido tra di loro: ne sono esempio termini inutili come «No Cap», utilizzato per sottolineare la sincerità di un’azione (non mento), o «Cringe» che sostanzialmente significa «imbarazzante, strano».
Il lessico del lavoro cambia lingua
A ogni modo per qualcuno comunicare in inglese, o meglio, infarcire il proprio linguaggio di anglicismi sarebbe sinonimo di competenza, successo e modernità. Utilizzare parole prettamente italiane, invece, risulterebbe sintomo di arretratezza. Il fenomeno è evidente anche nella scuola e nell’università dove sempre più corsi, progetti e iniziative vengono presentati con termini stranieri nonostante i principali destinatari siano studenti italiani.
A offrire gli esempi più curiosi è però il mondo del lavoro, basta controllare (non scrollare) gli annunci presenti in rete (non sul web) per averne contezza. Non si cercano più commessi, ma shop assistant, gli addetti alle vendite diventano sales assistant, i responsabili del personale sono HR manager, gli addetti alla clientela diventano customer care specialist. Perfino il colloquio conoscitivo è spesso ribattezzato job interview. In ogni caso, cambiano i nomi ma non la sostanza e anche le aziende lo sanno bene. Il risultato? L’abuso di termini stranieri basta ad attribuire, apparentemente, maggiore prestigio alla proposta con gli effetti che ne conseguono.
Se il marketing vende anche le parole
Ma quindi perché l’inglese è diventato così dominante? La risposta va cercata soprattutto nel marketing e nella comunicazione. Da anni aziende e agenzie pubblicitarie associano i termini inglesi a concetti come innovazione, internazionalità, esclusività e successo. Un coffee shop sembra più moderno di un semplice bar, un concept store più ricercato di un negozio, un meeting più importante di una riunione.
Tra i giovani invece i termini stranieri risultano essere più «cool» e quindi più gradevoli da sentire o pronunciare: i social e lo spazio digitale contribuiscono inevitabilmente ad alimentare questa percezione. Non a caso a cavalcare il cambiamento linguistico sono soprattutto i giovani, coloro che rappresentano il futuro della nazione e sui quali i cambiamenti tendono a fare leva per legittimarsi.
Custodire la lingua per salvaguardare l’identità
Difendere l’italiano non significa chiudersi al mondo né rifiutare il confronto con altre culture, ma avere la consapevolezza della propria storia e delle proprie origini. L’inglese è la lingua della ricerca scientifica, dei rapporti internazionali, della tecnologia e dell’economia globale: per tali motivi studiarlo e padroneggiarlo veramente risulta importante. Sostituire o influenzare il nostro verbo con termini non necessari rischia quindi di macchiare negativamente quel patrimonio linguistico di cui siamo eredi e portatori.