Annuncio o boutade?
La provocazione di Trump col cappellino “2028” in testa: «Mi ricandido». Stampa attonita
Alla cena con i corrispondenti della stampa estera il tycoon spiazza con l'annuncio su un nuovo mandato: «Ho vinto tre volte. Ora lo farò di nuovo»
Esteri - di Alice Carrazza - 25 Luglio 2026 alle 13:54
Un cappellino rosso, quattro cifre ricamate e la platea dei corrispondenti della Casa Bianca improvvisamente meno incline a ridere. Donald Trump ha scelto le battute finali del suo intervento al gala della stampa americana per estrarre dal cilindro – quasi letteralmente – la provocazione più efficace della serata: “Trump 2028”. Se l’è messo in testa e ha lasciato che fossero gli altri a discutere, ancora una volta, delle sue intenzioni.
«Questa sera, per dimostrare quanto tengo alla stampa e quanto voglio salvare i vostri ascolti, sono lieto di annunciare la mia intenzione – e questo è quasi uno scoop – di candidarmi per un quarto mandato alla presidenza degli Stati Uniti», ha detto. Il riferimento, naturalmente, è alla quarta campagna elettorale dopo quelle del 2016, del 2020 e del 2024, ma anche alla possibilità di conquistare per la terza volta la Casa Bianca. Una prospettiva oggi vietata dalla Costituzione.
«Ho vinto tre volte, ora lo farò di nuovo»
Trump ha poi riproposto uno dei suoi cavalli di battaglia: «Ho vinto tre volte. Ora lo farò di nuovo». Una rivendicazione che comprende anche le presidenziali del 2020, vinte ufficialmente da Joe Biden e mai riconosciute fino in fondo dal tycoon.
La reazione della sala è stata gelida. Qualche risata sì, ma molti volti immobili. Del resto, Trump conosce bene il pubblico che aveva davanti e ha costruito la scena proprio sull’imbarazzo dei giornalisti. Scambiare quella battuta per una proclamazione ufficiale sarebbe però un errore: il presidente stava provocando, come impone il copione di una serata tradizionalmente dedicata all’ironia. Ma la provocazione non nasce nel vuoto e serve a tenere aperto un tema che Trump accarezza da tempo.
Il gala, rinviato dopo l’attacco armato avvenuto durante l’appuntamento di aprile, ha segnato anche la prima partecipazione del presidente come oratore durante i suoi due mandati. Per oltre un’ora Trump ha alternato riconoscimenti alla stampa, attacchi ai “fake news media” e stoccate agli avversari. Poi il simbolo distintivo Maga, la promessa impossibile e, infine, le note di “Ymca” con il consueto balletto.
Il muro del 22° emendamento
Al netto dello spettacolo, la strada verso il 2028 è sbarrata dal 22° emendamento, ratificato nel 1951 dopo i quattro mandati di Franklin Delano Roosevelt: nessuno può essere eletto presidente più di due volte. Inoltre, il 12° emendamento complica anche l’ipotesi di una candidatura alla vicepresidenza seguita dalle dimissioni del presidente eletto, stabilendo che chi non possiede i requisiti costituzionali per la Casa Bianca non può diventare vicepresidente.
Qualunque tentativo di utilizzare la linea di successione presidenziale aprirebbe una battaglia giuridica senza precedenti, destinata ad approdare davanti ai giudici federali e, con ogni probabilità, alla Corte Suprema.
La proposta di Ogles non è una scorciatoia
L’unica strada priva di acrobazie interpretative sarebbe modificare la Costituzione. Servirebbe l’approvazione dei due terzi sia della Camera sia del Senato e la successiva ratifica di 38 Stati. Numeri che rendono indispensabile un consenso bipartisan oggi inesistente.
Il deputato repubblicano Andy Ogles ha già presentato una proposta costruita su misura per The Donald: consentirebbe un terzo mandato soltanto a chi non abbia svolto i primi due consecutivamente. Non potrebbero quindi approfittarne Bill Clinton, George W. Bush o Barack Obama.
Per ora resta un’operazione politica più che una soluzione praticabile. Ma Trump ha ottenuto ciò che voleva: con un cappellino da campagna elettorale ha costretto l’America a parlare del suo futuro quando il secondo mandato non è ancora arrivato a metà. E la stampa che avrebbe dovuto ridere della notizia si è ritrovata, ancora una volta, a inseguirla.