Tolleranza a vasche alterne...
Piscina riservate alle islamiche a Roma, FdI all’attacco: “Non è inclusione”. Ma il Pd difende la decisione
Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, ha presentato un'interrogazione, facendo presente che un simile episodio non garantisce affatto l'inclusione di un individuo nella comunità italiana e che l'Islam deve rispettare le nostre leggi
Politica - di Gabriele Caramelli - 30 Luglio 2026 alle 11:52
Fa discutere ancora la decisione della di Tor Tre Teste, a Roma, di riservare turni e orari alle donne islamiche. Dopo un’iniziativa analoga al Lido di Salorno (Bolzano), dove una fascia oraria settimanale dopo la chiusura era stata riservata alle donne, in particolare a quelle di fede islamica, anche a Roma l’idea è stata riproposta in una piscina privata nel quartiere Tor Tre Teste che organizza, per tutti i mercoledì di agosto, due fasce orarie riservate esclusivamente alle donneper consentire la partecipazione di donne musulmane che, per motivi religiosi o culturali, non frequentano piscine miste. Ma la destra ha fatto sentire il proprio disappunto.
Come ha spiegato il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli in un’intervista al Corriere della sera, la decisione «è l’esatto contrario dell’inclusività». «Anziché tutelarle – ha affermato – se ne avalla la segregazione e si rafforza una pratica religiosa che non ha nulla a che vedere con la laicità dello Stato». Rampelli ha anche presentato un’interrogazione per conoscere approfonditamente i dettagli della vicenda, aggiungendo che «la piscina non è privata, ma comunale in concessione e, in quanto tale, deve rispettare il regolamento di Roma Capitale, i principi costituzionali di inclusione, parità di genere e tutela della libertà». C’è chi però nel Pd non comprende i rischi della separazione dei turni, come il deputato Roberto Morassut, che ha parlato di una «forma di delicatezza» e di una «decisione giusta».
Piscina per islamiche, FdI all’attacco: «L’esatto contrario dell’integrazione»
La riflessione del vicepresidente della Camera offre uno spunto importante: «Ci siamo lamentati dei circoli sul lungotevere che escludevano l’ingresso delle donne, e ora facciamo piscine a uso esclusivo di quelle musulmane, legittimando la segregazione femminile?». Il ragionamento non fa una piega, anche perché l’esclusione dei bagnanti in questo caso rappresenta l’esclusione di qualcuno a beneficio di altri: non esattamente una dimostrazione di tolleranza. «L’integrazione non dovrebbe fondarsi sull’adattamento delle istituzioni pubbliche a precetti religiosi incompatibili con il principio di uguaglianza – ha concluso Rampelli -. Se i musulmani vogliono vivere in Italia, devono aderire ai principi dello Stato laico, nel quale donne e uomini hanno gli stessi diritti, gli stessi doveri e la stessa libertà. Questa iniziativa si è rivelata un boomerang».
Ma il Pd continua con il perbenismo…
Se da un lato la destra ha scelto un approccio pragmatico, dall’altra la sinistra continua a procedere per schemi ideologici. «Se vogliamo possiamo discutere sulla condizione della donna e della sua emancipazione in altre culture – sostiene Morassut -, ma quella di mettere a disposizione un servizio ricreativo mi sembra una soluzione immediata che evita che rimangano fuori dalla vita sociale e civile». Il punto è che molto spesso le donne che fanno parte della comunità islamica non sono libera di scegliere se indossare il velo o meno, lo dimostra anche il caso di Saman Abbas. Non sarà certo l’allontanamento di qualcuno da una piscina comunale a garantire il rispetto di un fondamento religioso.
Poi ha risposto a Rampelli che aveva definito la decisione come uno «spudorato esperimento di introdurre norme islamiche all’interno delle nostre vite». Secondo il deputato del Pd si tratterebbe di «un’affermazione assurda, fuori dalla realtà. Non è che in questo modo Roma o l’Italia si adeguano a una cultura diversa». Per lui «contano le persone, la loro serenità e la possibilità di vivere con pienezza». Ma il tema è che per la libertà degli altri non si possono imporre restrizioni a chi non ha la stessa fede, altrimenti il principio di convivenza pacifica viene compromesso.