Premio Chioma di Berenice
Maurizio Nichetti: «Le parole sono sopravvalutate. Il cinema non manda messaggi, racconta le persone»
In un tempo in cui il cinema sembra chiamato sempre più spesso a schierarsi, a lanciare messaggi o a impartire lezioni, Maurizio Nichetti sceglie una strada diversa. La sua è una poetica che rifugge gli slogan e rimette al centro l’uomo, il lavoro e l’ascolto. «Se devo mandare un messaggio, mando un telegramma», dice con il sorriso ironico che lo accompagna da sempre.
Lunedì 13 luglio, alla Casa del Cinema di Roma, il 78enne regista di Ratataplan, Ho fatto Splash e Ladri di saponette riceverà il Premio alla Carriera della 27ª edizione del Premio Internazionale Cinearti “La Chioma di Berenice”, riconoscimento promosso dalla CNA Cinema e Audiovisivo.
Un premio che sente particolarmente suo. «Mi fa molto piacere perché arriva da persone che il cinema lo fanno davvero, con le mani, con il cuore e con il loro lavoro quotidiano. È un riconoscimento degli artigiani del cinema, e per questo ha un valore speciale.»
Le tre parole da salvare: dialogo, ascolto e pazienza
L’intervista al Secolo d’Italia diventa un viaggio attraverso le parole. Quelle da eliminare e quelle da recuperare. Se potesse cancellarne tre dal vocabolario sceglierebbe senza esitazioni: «Confine, muro e prepotenza». Ancora più significativa la risposta alla domanda opposta. Quali parole dovremmo riportare al centro? «Dialogo, ascolto e pazienza». Non è soltanto un auspicio civile. È il metodo con cui, da sempre, costruisce i suoi film.
«Se un regista non dialoga con un attore, non lo ascolta e non ha la pazienza di aspettare il momento in cui quello che l’attore può dare coincide con ciò che il personaggio richiede, poi magari conclude che quell’attore non è bravo. In realtà non hanno dialogato, non si sono ascoltati e non hanno avuto pazienza.» Tre parole semplici, ma oggi quasi rivoluzionarie.
«Non dite mai a un attore che è troppo bravo»
Tra le risposte più sorprendenti ce n’è una che racconta meglio di qualsiasi teoria il suo modo di intendere il cinema.
Qual è la frase da non dire mai a un attore?
Nichetti sorride. «Qualche volta mi sono trattenuto dal dire che uno era troppo bravo. Perché se glielo dici tre volte poi fa quello che vuole lui. Magari è bravissimo, ma non è più il personaggio».
La frase da non rivolgere mai a un produttore?
«Che una cosa è impossibile da fare in un altro modo. Non c’è niente di impossibile. Si può sempre trovare una strada diversa. L’importante è non rovinare il film». È una filosofia che nasce anche dalla sua formazione di architetto. «Costruire un film assomiglia molto a costruire una casa. C’è un progetto, c’è un’idea e bisogna realizzarla pensando a chi la abiterà. Se perdi di vista le persone, puoi fare qualcosa di perfetto esteticamente, ma che non interessa a nessuno».
«Le parole sono sopravvalutate»
Il paradosso è che questo viaggio nelle parole finisce proprio con una presa di distanza dalle parole stesse.
Quali sono quelle che gli sono rimaste scolpite nella memoria?
La risposta spiazza. «Io ho passato una vita cercando di parlare il meno possibile nei miei film».
Allora le parole sono sopravvalutate?
La risposta arriva secca. «Direi proprio di sì.» Detta da uno dei grandi maestri della comicità visiva italiana, assume il valore di un manifesto artistico.
«Un film non manda messaggi. Offre un punto di vista»
Negli ultimi mesi il dibattito culturale è stato animato dalle parole di Francesco De Gregori sul rapporto tra arte e impegno. Nichetti affronta il tema senza esitazioni. «Credo che De Gregori sia stato frainteso. Io non ho mai pensato di mandare messaggi. Se devo mandare un messaggio, come diceva Groucho Marx, mando un telegramma».
Per il regista la differenza è sostanziale. «Un film deve avere qualcosa da dire. Ma una cosa è raccontare il mondo, un’altra è mettersi su un piedistallo per spiegare agli altri come devono vivere. Quello non mi è mai interessato». Non significa rinunciare a raccontare la realtà. Significa farlo attraverso lo sguardo dell’autore, non attraverso una predica.
Pirandello, Calvino e il primato della fantasia
Tra gli scrittori che sente più vicini cita Luigi Pirandello e Italo Calvino. Ama gli autori che riescono a trasformare la fantasia in uno strumento per leggere il reale. «I Sei personaggi in cerca d’autore o il mondo di Calvino dimostrano che si può parlare della società senza rinunciare all’immaginazione». Una lezione che considera ancora attualissima.
«L’audiovisivo non è mai stato così vivo»
Sul futuro del cinema italiano evita ogni nostalgia. Dopo venticinque anni trascorsi lontano dal grande schermo, osserva il presente con curiosità. «Oggi l’audiovisivo non è mai stato visto così tanto. Cambiano le piattaforme, cambiano i linguaggi, ma il bisogno di raccontare storie resta lo stesso»- L’errore, secondo lui, è pensare che il cinema possa esistere soltanto nella forma del lungometraggio tradizionale. «I linguaggi evolvono. È sempre successo».
Un premio che parla di lavoro, prima ancora che di successo
Alla fine, il riconoscimento alla Casa del Cinema assume un significato che va oltre la carriera. Non è soltanto il tributo a uno degli autori più originali del cinema italiano. È il riconoscimento di una comunità di professionisti che il cinema lo costruisce ogni giorno. «Mi emoziona perché arriva da chi questo mestiere lo vive davvero. Tecnici, artigiani, persone che lavorano dietro le quinte. È un premio che sento profondamente».
