L'eterogenesi dei fini
La vittoria degli eretici sui censori: il caso “Più libri Più liberi” è diventato un manifesto della libertà
La vicenda del patentino antifascista ha dimostrato che la stagione degli esami del sangue e delle imposizioni è finita. Una doppia sconfitta per gli araldi del perbenismo ideologico: il loro accanimento è stato un fattore di accelerazione
Ci sono momenti in cui un’intera stagione culturale sembra iniziare a scricchiolare. Non perché cambino improvvisamente le idee, ma perché si incrina il metodo con cui quelle idee hanno preteso di imporsi. La vicenda del cosiddetto patentino antifascista per gli editori a “Più libri Più liberi”, con il dibattito che ne è seguito, è uno di quei momenti. Per la prima volta non si sono indignati soltanto i consueti bersagli del progressismo culturale. A storcere il naso sono stati anche intellettuali e commentatori che difficilmente potrebbero essere sospettati di nostalgie nere. Segno che, quando la morale smette di essere un riferimento e diventa un lasciapassare, perfino chi ne condivide le finalità inizia a percepirne gli eccessi.
Alla fine vince la libertà
È il principio dell’eterogenesi dei fini: il tentativo ostinato di perseguire un obiettivo finisce per produrre il suo contrario.
Per anni ci è stato spiegato che il politicamente scorretto dovesse essere confinato ai margini del dibattito pubblico. Il risultato, però, è stato un altro: tutto ciò che viene dichiarato impronunciabile finisce per acquistare un fascino inatteso. Non perché acquisisca improvvisamente valore. Semplicemente, ogni volta che qualcuno prova a mettere dei lucchetti al pensiero, la libertà trova la forza di scardinarli con nuovi grimaldelli.
L’eterogenesi dei fini del perbenismo ideologico
La cultura, un tempo, era il luogo in cui ci si confrontava sulle idee. Pian piano, però, alcuni consessi culturali si sono trasformati in sale d’attesa del Sant’Uffizio progressista, nelle quali, numerino in mano, gli aspiranti intellettuali si sottopongono alle necessarie verifiche sul grado di inclusività, sull’uso dei pronomi autorizzati, sulla distanza di sicurezza da qualsiasi opinione sospetta e, naturalmente, sull’inoffensività delle proprie idee.
Ma il perbenismo ideologico soffre della stessa sindrome dei genitori autoritari che, nel tentativo di imporre ai figli una direzione, finiscono per spingerli in quella esattamente opposta. Più si allunga l’elenco delle parole proibite, degli autori da evitare e degli ospiti da scomunicare, più cresce l’interesse verso ciò che è stato escluso. È una dinamica antica quanto il mercato: il prodotto che qualcuno cerca di togliere dallo scaffale diventa inevitabilmente il più desiderato.
I censori sconfitti dagli eretici
Così i censori non hanno sconfitto gli eretici. Hanno finito per renderli interessanti, talvolta perfino simpatici. E hanno regalato un’aura di ribellione anche a posizioni che, in circostanze normali, sarebbero rimaste perfettamente marginali.
È questo il paradosso del woke all’italiana. Nel tentativo di sterilizzare il dibattito pubblico, ne ha riacceso la conflittualità; nel tentativo di marginalizzare il dissenso, gli ha restituito visibilità; nel tentativo di stabilire ciò che fosse legittimo pensare, ha rafforzato proprio la domanda di libertà che intendeva contenere.
Le polizie morali producono quasi sempre lo stesso effetto: partono convinte di educare la società e finiscono, inconsapevolmente, per fare la migliore pubblicità possibile ai propri avversari. È questa, in fondo, l’eterogenesi dei fini: nel tentativo di mettere all’angolo un’idea, si finisce spesso per offrirle il palcoscenico che non aveva neppure sperato di poter avere.