Il soldato italiano è diverso
La medaglia d’oro Paglia in missione contro i falsi patrioti: “Se si crede nella pace bisogna difendersi. Come si fa a negare la minaccia russa?”
Dritto alla meta, come nel suo stile. E può permetterselo. Il lungo colloquio con il direttore del Foglio di Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al Valor militare, è illuminante. Paracadutista della Folgore, nel 1993, nel corso di un’imboscata in Somalia, a Mogadiscio, è stato ferito e ha perso l’uso delle gambe. Ha voglia di parlare, distilla ricordi e testimonianze. Ma soprattutto fornisce una lettura dell’attualità, delle emergenze internazionali, dell’attacco al cuore dell’Europa. Della difesa Nato e dei ‘falsi patrioti’ che non fanno bene all’Italia.
Paglia: se credi nella pace devi difenderti, lo dico nelle scuole
“Nella fase storica che viviamo, la difficoltà maggiore è spiegare ai giovani ciò che sta accadendo. Mi capita spesso di andare nelle scuole. Provo a spiegare che oggi difendersi non vuol dire prepararsi alla guerra. Vuol dire non dare un vantaggio a chi vuole aggredirci. Provo a spiegare che, se si crede nella pace, bisogna imparare a difendersi”. Ancora più chiaro:; “Come si fa a non capire che, se ci sono pericoli, non ci si può girare dall’altra parte? Come si fa a non capire che, se si vuole avere un’Europa più autonoma da Trump, bisogna investire di più nelle difese europee, non in una difesa europea alternativa alla Nato”.
“Mi addolora la propaganda di Vannacci…”
Poi non rinuncia a qualche fendente all’indirizzo di Vannacci. “A me dispiace che qualche ex militare, ora sceso in politica, faccia dichiarazioni pesanti sul fatto che non sia corretto difendersi, che non sia corretto considerare la minaccia di Putin come tale. Che dica che non c’è pericolo che la Russia possa attaccare. Mi dispiace -. dice Paglia – mi addolora. Come si fa a cedere a questa propaganda?”. Non è una mancanza di rispetto – chiarisce la medaglia d’oro – “ho rispetto persino per chi mi ha sparato alla schiena. Eravamo in guerra, in guerra le imboscate esistono. Ma trovo assurdo che chi ha indossato a lungo l’uniforme possa permettere che passi un messaggio pericoloso: ‘l’esercito la pensa come me’. Non è così. È un falso”.
Come si fa a criticare i parametri della Nato?
“Mi chiedo se coloro che criticano i parametri posti dalla Nato per investire nella difesa sappiano che l’Italia, in caso di attacco, avrebbe scorte di munizioni sufficienti per una sola settimana. Investire nella difesa significa anche investire nella sicurezza delle Forze armate. Io, nel 1993, avevo il giubbotto antischegge. Se avessi avuto un giubbotto antiproiettile, oggi camminerei”. Poi torna su Vannacci perché – ci tiene – il generale parla non parla a nome dell’esercito. “Per come le conosco io, le Forze armate italiane non sono rappresentate dal pensiero di Vannacci. Chi lavora nelle Forze armate non giudica le persone per chi amano, per il colore della pelle o per il loro orientamento sessuale. Non insulta le donne, non tratta il prossimo e lo straniero come un nemico da cui proteggersi”.
La X strumentalizzata. Un’offesa ai militari che hanno perso la vita
Anche sulla storia della X, utilizzata dall’ex leghista come ‘civetta’, Paglia ha molto da dire. “Credo che l’uso strumentale della Decima Mas sia stato una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che hanno dato la vita per il paese. Per tutti quei soldati che hanno ereditato quelle tradizioni. Come gli incursori del Comsubin, il reparto d’élite della Marina militare italiana. Non c’è nulla di fascista, come qualcuno ha voluto far credere. Fa male vedere che una persona che ha servito a lungo il proprio paese in uniforme dimentichi la storia”.
Remigrazione, una parola figlia di un’idea nazista del mondo
Non è più tenero con la bandiera della remigrazione. “È una parola che definirei senza paura figlia di un’idea nazifascista del mondo. Se tu scegli di utilizzare quella parola, remigrazione, stai utilizzando una parola che rimanda alla deportazione, ai rastrellamenti”. Altra cosa è parlare di rimpatri. C’è qualcosa che non ha mai raccontato dell’imboscata in Somalia? Sì, risponde il generale, ma aggiunge che non lo racconterà mai. Solo un ‘dettaglio’. Davanti ai militari italiani, quel giorno, si trovarono donne e bambini che lanciavano pietre, mentre uomini armati, nascosti dietro di loro, aprivano il fuoco. “Gli italiani non reagirono subito, perché rispondere avrebbe significato provocare una strage”. Quell’attesa ebbe un prezzo altissimo. “Ma è proprio questa la differenza del soldato italiano”.