Linee guida o sbandata?
Il corpo delle atlete non può essere un tabù: l’autogol delle riprese politicamente corrette
La diffusione del vademecum dell'Ebu per i cameramen dovrebbe evitare “l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo”, ma si traduce in una forma di censura che penalizza le capacità delle donne
È tutto un equilibrio sopra la follia. Adesso l’Unione Europea di Radiodiffusione (Ebu) ha deciso che bisogna cambiare il modo in cui vengono riprese in televisione le gare di atletica femminile. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di tutelare le atlete evitando inquadrature considerate irrispettose e ipersessualizzanti, al fine di garantire una maggiore concentrazione del pubblico sulle prestazioni sportive.
Le linee guida per le riprese degli sport femminili
Così, negli ultimi giorni, sono state pubblicate delle vere e proprie linee guida per gli operatori di ripresa con tanto di immagini esplicative, le stesse che ridisegneranno il futuro della comunicazione riguardante le gare femminili.
Elaborate in collaborazione con European Athletics, queste nuove indicazioni rappresenterebbero una risposta diretta verso “l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo”. Perlomeno secondo il direttore esecutivo di Ebu Sport, gli addetti ai lavori, alcune atlete e qualche pseudo-femminista, “queste linee guida rappresentano un importante passo avanti”. Esulta anche Dobromir Karamarinov, presidente di European Athletics: “Mi congratulo con l’Ebu. Noi ci impegniamo a garantire che il nostro sport venga presentato in modo da rispettare e valorizzare tutti gli atleti, indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dall’orientamento sessuale o dal contesto socioeconomico”. Parole toccanti, dalle quali emerge però un evidente cortocircuito. Ma andiamo per ordine.
Vietate inquadrature dal basso e troppo ravvicinate
Il documento vieta espressamente da ora in poi le angolazioni dal basso, impone di evitare primi piani sulle zone del bacino e del petto durante i momenti di attesa, raccomanda inquadrature frontali e a figura intera.
Nel dettaglio si legge che “in pista, diverse eccellenti angolazioni di ripresa offrono al pubblico e ai commentatori una visione tecnica e competitiva delle gare. Tuttavia, queste angolazioni possono talvolta compromettere la visione degli atleti. Riprendere gli atleti da una posizione al di sotto del bacino rischia maggiormente di produrre immagini poco lusinghiere. Pertanto, è preferibile rimanere davanti all’atleta ogni volta che è possibile o evitare inquadrature molto ravvicinate”.
Il cortocircuito del politicamente corretto
Sfugge però un piccolo particolare. Il corpo, nell’atletica come nella ginnastica, nel nuoto o nel ciclismo, non è un elemento estraneo allo sport: è lo strumento stesso della prestazione. Mostrare la tecnica, la muscolatura, la falcata o il gesto atletico non equivale necessariamente a sessualizzare l’atleta. Il rischio è che, nel tentativo di evitare ogni possibile fraintendimento, si finisca per considerare il corpo femminile un elemento da occultare anziché una componente naturale della competizione.
Il rischio dell’autogol
L’intenzione dichiarata dall’Unione Europea di Radiodiffusione risulta allora condivisibile, quantomeno in teoria. Interrogarsi nel merito della scelta risulta allo stesso tempo necessario: è davvero attraverso nuove indicazioni su cosa si possa o non si possa mostrare che si migliora il modo di raccontare lo sport femminile?
Trasformare questa sensibilità in un insieme di prescrizioni rischia di introdurre un principio diverso: quello secondo cui ogni immagine deve essere valutata prima di tutto per il possibile significato che qualcuno potrebbe attribuirle, col rischio di alimentare un clima nel quale la preoccupazione di non urtare nessuna sensibilità finisca per prevalere sulla naturalezza del racconto televisivo. Il confine tra attenzione e autocensura diventa allora inevitabilmente più sottile e, paradossalmente, si finisce per concentrare ancora di più l’attenzione proprio su ciò che si vorrebbe evitare.
Il corpo dell’atleta nel racconto
Nessuno rimpiange le riprese inutilmente morbose o costruite per attirare clic, un bravo videoreporter dovrebbe saperlo comprendere da solo. Il corpo, le gambe, l’addome, così come la schiena fanno però parte del racconto. Il corpo dell’atleta non è un elemento accessorio della competizione: è la competizione stessa. Nell’atletica la falcata, la postura, la muscolatura, l’esplosività, la tecnica di corsa o di salto rappresentano il cuore della prestazione.
Il problema è lo sguardo di chi osserva
Lo stesso vale per il nuoto, la ginnastica artistica, il ciclismo, il pattinaggio e molte altre discipline nelle quali il gesto tecnico coincide inevitabilmente con il corpo che lo esprime. Ridurre il tutto a una sessualizzazione del corpo risulta allora pericoloso e in controtendenza con quelle stesse battaglie che le donne portano avanti da decenni. Perché il problema non è il corpo, ma lo sguardo con cui lo si osserva. Una telecamera che racconta una gara non dovrebbe essere costretta a comportarsi come se il corpo femminile fosse, di per sé, qualcosa da nascondere o da trattare con particolare imbarazzo.
Lo sport dovrebbe insegnare l’opposto. Dovrebbe ricordare che il corpo è disciplina, allenamento, sacrificio, forza, talento. Non un dettaglio da oscurare per timore che qualcuno possa guardarlo con occhi sbagliati: non in Europa, non in Occidente, dove le donne sono ancora libere di correre con i capelli al vento indossando una normale tenuta sportiva. Chissà se, nel pugilato, qualcuno chiederà mai di inquadrare da lontano i fighter per non mostrarne i muscoli.