Ipocrisia rossa
Francia, stop ai social per gli under 15. La sinistra radicale vota contro: la lotta di classe finisce dove comincia TikTok
All’Assemblea nazionale quasi la gauche di Mélenchon vota contro la legge, approvata comunque con 279 sì e 81 no. Ora tocca all'Italia
Politica - di Alice Carrazza - 22 Luglio 2026 alle 17:18
Prima l’Australia, adesso la Francia. La stagione del «vietato vietare» digitale, nella quale ogni limite viene liquidato come censura e i minori sono lasciati soli davanti alla potenza degli algoritmi, comincia finalmente a tramontare. Il parlamento di Parigi ha approvato in via definitiva lo stop ai social per gli under 15: al Senato 243 voti favorevoli e appena due contrari, tra i quali quello di Thomas Dossus, esponente della sinistra ecologista francese. All’Assemblea nazionale il fronte del no si è allargato a 81 deputati — quasi il 90% gauchisti — contro 279 sì. Una svolta importante e una prima nell’Unione europea, ma non abbastanza per trasformare Parigi nella capofila mondiale. Quel primato appartiene a Canberra, dove lo stop agli under 16 è operativo dal dicembre 2025. E neppure l’Italia è rimasta alla finestra: il governo Meloni aveva già aperto il cantiere della protezione digitale con il decreto Caivano.
Che cosa prevede la legge francese
Il testo, fortemente sostenuto dal presidente Emmanuel Macron, stabilisce che l’accesso ai social network sia precluso ai ragazzi sotto i 15 anni. L’obbligo ricade sui gestori, chiamati ad adottare sistemi di verifica dell’età, ma senza che la norma imponga per ora una tecnologia unica. Restano escluse le enciclopedie online, come Wikipedia, le piattaforme dedicate al software libero e i progetti digitali educativi open source. La riforma estende inoltre alle scuole superiori lo stop ai telefoni cellulari, lasciando ai singoli istituti la possibilità di prevedere alcune eccezioni.
Il governo punta ad applicare la misura da settembre ai nuovi profili e, trascorsi quattro mesi, anche agli account già esistenti. Proprio l’accertamento anagrafico resta il nodo più delicato. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ha come al solito votato contro, paventando l’obbligo generalizzato di fornire un documento. I sostenitori replicano che la libertà degli adulti non può diventare l’alibi per lasciare i più giovani in balia di meccanismi costruiti per catturarne l’attenzione. «Le piattaforme hanno esaurito la nostra pazienza», ha scandito la senatrice centrista Catherine Morin-Desailly.
L’Italia aveva già tracciato una direzione
Raccontare Parigi come capofila assoluta significherebbe però ignorare un lavoro avviato da tempo anche a Roma. Con il decreto Caivano, l’esecutivo di centrodestra ha introdotto la verifica dell’età per l’accesso ai siti pornografici e previsto strumenti di parental control sui nuovi dispositivi. Fratelli d’Italia ha poi rilanciato in Parlamento proposte più ampie, fino al divieto dei social per gli under 16 e a una protezione graduale rispetto ai contenuti più pericolosi.
Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli chiede ora di accelerare. «L’auspicio è che l’iter della proposta di legge sulla materia che sta facendo il suo corso al Senato venga velocemente completato e l’Italia, partita per prima su questo campo e nell’interlocuzione con la Commissione europea, possa recuperare terreno», dichiara il vicepresidente della Camera.
«L’ambiente digitale può essere un’opportunità, soprattutto per persone in età adulta, ma può anche diventare lo strumento micidiale attraverso il quale i cattivi maestri, in compagnia di giganteschi interessi economici, lobotomizzino e strumentalizzino le generazioni più giovani e meno strutturate per gestire la compulsività della rete». Il punto, osserva l’esponente di FdI, non è demonizzare la tecnologia, ma impedire che bambini e adolescenti affrontino da soli la forza degli algoritmi e gli interessi economici che li alimentano. «I minori hanno il diritto di crescere spensierati e liberi e gli Stati devono garantire questo diritto». Una responsabilità che non può essere scaricata interamente sulle famiglie, «cui spesso si attribuisce la responsabilità degli scarsi controlli e del lassismo». Da sole «non sono in condizione di contenere questo fenomeno abnorme»
Una battaglia ormai globale
La Francia conquista dunque il primato europeo dell’approvazione definitiva, inserendosi però in un fronte internazionale già molto affollato. Dopo l’Australia si sono mosse Malesia e Indonesia; Portogallo, Regno Unito, Danimarca e Spagna stanno lavorando a norme analoghe. Anche Bruxelles, che ha accolto favorevolmente la decisione francese, prepara una proposta comune dopo l’estate. «Occorre agire subito», incalza Rampelli. «Le preoccupazioni degli educatori sono serie e riguardano l’avanzare indefesso nei ragazzi di aggressività, deficit dell’attenzione, bullismo, sedentarietà e depressione, fino al suicidio. Il divieto è stato invocato anche da Papa Francesco e Papa Leone XIV, oltre che dalla comunità accademica e scientifica».
Ora, «l’Italia può fare molto per evitare che le generazioni giovanissime affrontino da sole il mare in tempesta del mondo digitale», conclude il deputato di FdI.