L'editoriale
Casa, salari, partecipazione: la destra sociale che “produce”. E governa (cari sbadati…)
Un impasto di fiducia liberale nella libera iniziativa, di promozione della funzione civile del lavoro e di tutela del potere d'acquisto. Questo è l'impianto del governo Meloni. Non esistono, dentro e fuori i confini nazionali, ricette così. A sinistra ma anche a destra
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 2 Luglio 2026 alle 06:00
L’ultimo tassello, appena approvato, è il Piano Casa. A cui si aggiungono il taglio strutturale del cuneo fiscale, il salario giusto, la legge sulla partecipazione dei lavoratori e il contrasto articolato alla mafia immigrazionista. Quando ultimamente ci chiedono (alcuni media, soffiando maliziosamente sul polverone Vannacci, sembrano aver scoperto solo ora il tema) dov’è finita o chi interpreta oggi la «destra sociale», la risposta che da queste colonne forniamo è la seguente: forse qualche “sbadato” non se n’è accorto ma è al governo della Nazione dall’ottobre 2022.
Lo dicono i fatti e un dato empirico: il conflitto sociale – nonostante i tentativi di «rivolta» di una Cgil sempre più politicizzata – praticamente assente. Il motivo è chiarissimo: in una fase tormentata dell’economia e della geopolitica mondiale, il governo Meloni è riuscito a mantenere la coesione, a far crescere l’occupazione, ad investire sulla produzione rilanciando il diritto all’accesso alla casa e quello alla difesa dei confini esterni su scala – udite, udite – europea. Un risultato organico ottenuto, oltretutto, tenendo i conti dello Stato in ordine.
Altro che “pilota automatico”, insomma, o agenda neoliberista. Quello che sta andando in scena è l’esecuzione di un mandato, di un patto rispettato con l’enorme blocco interclassista che compone l’elettorato di destra-centro e che coincide con il grosso del cosiddetto partito del Pil. Da una parte, certamente, sono arrivate risposte pragmatiche, necessarie alle tante emergenze. Dall’altra è evidente come tutto ciò si sia innestato in un percorso che coniuga il meglio della visione sociale, produttivista e meritocratica declinata a destra.
Un’elaborazione originale, frutto del portato della vicenda giunta fino a Fratelli d’Italia, che ha trovato proprio nella “generazione Atreju”, di cui Giorgia Meloni è la punta di diamante, la sintesi delle sue culture politiche. Elaborazione a cui si aggiungono l’economia sociale di mercato, cara alla tradizione berlusconiana, il portato dei distretti, dove si è sviluppata tanta classe dirigente della Lega, e soprattutto la dottrina sociale della Chiesa: a partire proprio dalla “terza via” indicata nella Rerum novarum di Papa Leone XIII.
Il risultato sono alcuni dei provvedimenti più impattanti dell’esecutivo di destra-centro. Ieri è stato il turno del Piano casa: un obiettivo di enorme portata che la sinistra ha sempre agognato ma che da quelle parti è rimasto un’enunciazione. Progetto che si innesta in una precisa visione umanistica dell’abitare e del ruolo dello Stato nel garantire o facilitarne l’accesso. Stesso orizzonte è quello del salario giusto, frutto della collaborazione fra capitale (imprese) e lavoro (sindacati). Con il governo nel ruolo di garante della buona contrattazione. Sulla stessa scia è giunta la storica approvazione della legge sulla partecipazione dei lavoratori alle gestione delle imprese. Una norma che attua finalmente – dopo decenni di battaglie targate Msi e An – l’articolo 46 della Costituzione.
Questo, insieme al taglio delle tasse per i lavoratori, alla lotta al caporalato e al contrasto ai traffici di essere umani, è l’impianto del governo Meloni: un impasto di fiducia liberale nella libera iniziativa, di promozione della funzione civile del lavoro e di tutela del potere d’acquisto dei cittadini. Non esistono, dentro e fuori i confini nazionali, ricette così. A sinistra ma anche a destra. Diffidate dalle imitazioni.