La denuncia
Marcinelle, no alla targa commemorativa dell’Ugl: turba certe «sensibilità»
A 70 anni dal disastro dell'8 agosto 1956, che provocò 262 vittime delle quali 136 italiane, il sindacato avrebbe voluto apporre una targa sul Muro del Ricordo del Bois du Cazier, ma il Cda «ha ritenuto che non fosse opportuno». E resta una domanda: perché? resta una domanda semplice: perché una targa commemorativa non può trovare posto accanto alle molte altre già presenti sul Muro del Ricordo?
In occasione del settantesimo anniversario della tragedia mineraria di Marcinelle, l’Ugl avrebbe voluto apporre una targa sul Muro del Ricordo, accanto a quelle presenti da anni e collocate da sindacati, associazioni e altre organizzazioni. Una targa semplice, con un testo altrettanto semplice: «In memoria dei 262 caduti, 136 italiani. La vita di ognuno di loro valeva più di tutto il carbone della miniera. Unione Generale del Lavoro – 70° anniversario – Agosto 2026».
Il no del Bois du Cazier alla targa dell’Ugl per il ricordo di Marcinelle
Dopo aver richiesto e ottenuto l’autorizzazione, e dopo aver già provveduto alla realizzazione della targa, è però arrivata una comunicazione inattesa da parte della direttrice del Bois du Cazier, Colette Ista: «Vi informo che, in occasione della riunione del 10 giugno scorso, il nostro Consiglio di amministrazione ha esaminato la proposta che avevo presentato per la concessione all’Ugl di mettere una targa al Muro del Ricordo il 7 agosto prossimo. Questa proposta ha suscitato un importante dibattito, in seguito al quale il Consiglio ha ritenuto che non fosse opportuno dare un seguito positivo a questa iniziativa. Tenuto conto delle sensibilità espresse, il Consiglio rifiuta questa richiesta da parte della vostra organizzazione sindacale».
Una motivazione incomprensibile
Non è dato sapere quali siano le «sensibilità espresse» richiamate nella comunicazione. Si possono quindi formulare soltanto alcune ipotesi interpretative: una possibile discriminazione di natura politica oppure una reazione alle posizioni critiche che l’Ugl ha spesso espresso sulla gestione storica della tragedia di Marcinelle e delle sue conseguenze.
L’attivismo dell’Ugl per la memoria e la verità
Il Consiglio di amministrazione del Bois du Cazier è espressione del Comune di Charleroi, città tradizionalmente amministrata dalla sinistra socialista vallone. Non si può escludere che abbia pesato anche il ricordo dell’iniziativa promossa dall’Ugl l’8 agosto 2018, quando vennero collocate all’ingresso della miniera 262 sagome commemorative, ciascuna accompagnata dalla bandiera del Paese di appartenenza delle vittime. L’iniziativa ebbe un successo enorme.
Proprio per questo viene spontaneo chiedersi se il problema non sia la targa in sé, ma il fatto che l’Ugl abbia dimostrato negli anni di saper promuovere iniziative capaci di lasciare un segno nella memoria collettiva. Quando il merito e la visibilità finiscono da una sola parte, non sempre mancano gelosie e risentimenti.
Da Tatarella a Tremaglia, il vecchio vizio degli sgarbi
Avevamo forse creduto ingenuamente che anche nella rossa Vallonia si fosse finalmente raggiunto un livello di maturità democratica tale da superare definitivamente antiche preclusioni ideologiche. La storia, purtroppo, suggerisce prudenza.
Resta infatti nella memoria l’episodio che vide il socialista belga Elio Di Rupo rifiutare di stringere la mano all’allora vice presidente del Consiglio italiano Pinuccio Tatarella, esponente del primo governo nazionale nel quale la destra partecipava alla maggioranza.
Così come resta nella memoria quanto accadde nel 2001 a Mirko Tremaglia. Da decenni presente ogni 8 agosto a Marcinelle, quando partecipò alle celebrazioni in qualità di ministro della Repubblica Italiana si vide destinatario di una decisione del Consiglio comunale di Charleroi che deliberò, a larga maggioranza, che il sindaco e gli altri rappresentanti del Comune non avrebbero avuto alcun incontro ufficiale con lui, nonostante rappresentasse ufficialmente l’Italia. Malgrado gli interventi dell’Ambasciata italiana, il governo belga non impugnò quella decisione, limitandosi ad affermare che la competenza sulle celebrazioni apparteneva alle autorità locali.
Il faro sulle condizioni che portarono alla tragedia
La seconda possibile spiegazione del rifiuto potrebbe essere l’insofferenza verso le critiche che l’Ugl continua a rivolgere alla gestione storica della tragedia. Mentre le commemorazioni ufficiali tendono spesso a riproporre una ritualità consolidata, l’Ugl insiste nel sostenere che le autorità belghe dell’epoca agirono soprattutto per proteggere interessi industriali ed economici, cercando di contenere lo scandalo ed evitando di mettere in discussione un sistema che aveva letteralmente barattato “uomini con carbone”, considerando la sicurezza dei lavoratori una variabile sacrificabile.
Secondo questa lettura, la tragedia del 1956 non fu un evento imprevedibile, bensì il risultato di condizioni di sicurezza insufficienti, investimenti inadeguati e di un’organizzazione del lavoro orientata quasi esclusivamente alla produttività.
Nonostante le evidenze emerse nel corso delle inchieste – dall’insufficienza delle misure antincendio alla vetustà degli impianti – la priorità delle autorità e della direzione della miniera sembrò essere quella di limitare il danno d’immagine e di salvaguardare la cosiddetta “battaglia del carbone”, allora considerata fondamentale per l’economia belga.
La giustizia negata
L’iter giudiziario che seguì alla tragedia venne percepito da molte famiglie delle vittime come una beffa. La sentenza di primo grado assolse quasi tutti i dirigenti coinvolti. Un solo ingegnere fu condannato a sei mesi con la condizionale e a una multa di modesta entità. La società Bois du Cazier fu chiamata a sostenere soltanto una parte degli oneri risarcitori e il contenzioso si concluse definitivamente nel 1964 mediante una transazione, senza che si arrivasse a una piena attribuzione di responsabilità sul piano morale e penale.
Particolarmente dolorosa fu anche la gestione delle salme. Per giorni i familiari dei minatori attesero notizie davanti ai cancelli della miniera. La forte resistenza mostrata dalla direzione nel consentire il riconoscimento dei corpi – motivata con il loro stato di conservazione – alimentò dubbi, sofferenze e un diffuso senso di sfiducia.
Le migliaia di minatori morti a causa della silicosi
Un altro tema sul quale l’Ugl insiste da anni riguarda la necessità di ricordare non soltanto i 262 morti dell’8 agosto 1956, ma anche le migliaia di minatori deceduti negli anni successivi a causa della silicosi. Per lungo tempo in Belgio vi furono forti resistenze al riconoscimento della silicosi come malattia professionale. Le ragioni erano principalmente economiche: il riconoscimento avrebbe comportato indennizzi e pensioni per migliaia di lavoratori, con costi rilevanti sia per le compagnie minerarie sia per lo Stato. Solo nel 1964 venne introdotto un sistema che consentì il riconoscimento e l’indennizzo della silicosi come malattia professionale dei minatori, dopo anni di controversie politiche, mediche ed economiche.
Sul no all’Ugl si muovono le istituzioni italiane
Tornando al diniego opposto all’Ugl, la vicenda è ora all’attenzione delle istituzioni italiane. Della questione si stanno occupando il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Parlamento italiano attraverso un’interrogazione urgente presentata dal senatore Roberto Menia e diversi parlamentari europei appartenenti a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.
A settant’anni dalla tragedia di Marcinelle, resta una domanda semplice: perché una targa commemorativa dedicata ai 262 caduti non può trovare posto accanto alle molte altre già presenti sul Muro del Ricordo?