Il libro
Le prigioniere di Tito: il terrore dimenticato delle donne vittime delle purghe del 1948
Valentina Motta torna il libreria con "1948 Il Terrore – Prigioniere sotto Tito", un’indagine sulle vittime dimenticate del totalitarismo titino e, insieme, un atto di restituzione morale, che non si limita a ricostruire una pagina rimossa ma costringe il lettore a guardarla senza scorciatoie ideologiche
Il prezzo pagato dalle donne nella stagione delle purghe nella Jugoslavia di Tito è al centro del saggio 1948 Il Terrore – Prigioniere sotto Tito, della professoressa e scrittrice Valentina Motta, dato recentemente alle stampa da Passaggio al Bosco. Il volume, 147 pagine di alto valore documentale, restituiscono una nuova “pagina strappata” di ciò che avvenne nell’immediato dopo guerra a ridosso del tormentato confine orientale italiano e aiutano a comprendere ancora meglio come si vive in una società comunista, chi era davvero Josip Broz Tito e quanto fosse perversa quella stessa Jugoslavia che ancora oggi qualche comunista nostrano tende a magnificare spesso – e tristemente – ogni volta che ci si avvicina al 10 febbraio.
Il filo rosso tra le donne sul confine orientale
1948 Il Terrore – Prigioniere sotto Tito si connota così come la naturale prosecuzione del precedente lavoro di Motta Donne, eroine, martiri delle foibe, pubblicato nel 2025 sempre da Passaggio al Bosco. Se il precedente volume analizzava da un punto di vista femminile la tragedia delle foibe attraverso storie, racconti, interviste e testimonianze dirette, la nuova opera ruota attorno a una vicenda decisamente meno nota in questa sponda dell’Adriatico e che, ancor meno delle foibe, si presta al revisionismo storico dei nostalgici del maresciallo jugoslavo.
La rottura con Stalin e la macchina delle purghe
Nello scritto di Motta si ripercorrono e si intrecciano le storie, ben documentate, di alcune di quelle donne che, dapprima impegnate nella cosiddetta “guerra di liberazione jugoslava” nelle vesti di partigiane, furono successivamente estromesse dai propri ruoli all’interno del Partito Comunista Jugoslavo e costrette ai campi di concentramento – a Goli Otok, San Gregorio e in numerose altre località – per non essersi schierate con Tito dopo la Risoluzione di Bucarest del 1948.
La crisi interna al mondo comunista
Fu proprio quella crisi interna al mondo comunista, con il Cominform che accusava Belgrado di deviazionismo ideologico, a spingere il leader jugoslavo ad avviare una vasta stagione di purghe. Decine di migliaia di dissidenti, reali o presunti, finirono così internati. Indipendentemente dal contributo dato alla causa comunista, sarebbe bastata una battuta, un gesto equivoco o la semplice delazione di qualcun altro per ritrovarsi dietro il filo spinato.
Le vittime del regime
«Possiamo affermare che vi fu continuità tra la situazione durante la Seconda Guerra Mondiale e quella post bellica, – scrive la stessa autrice nel primo capitolo – in quanto quelli che erano stati un tempo leader affermati e stimati continueranno ad essere in un certo senso protagonisti, in quanto diventeranno bersaglio dell’odio titino e su di questi e sui loro familiari si scaglieranno le peggiori maledizioni e le più dure condanne».
Il volto più brutale della polizia segreta di Tito
Torture, privazioni, lavori coatti e vessazioni di ogni genere: strumenti che ufficialmente avrebbero dovuto favorire la “rieducazione” dei detenuti, ma che nella realtà erano finalizzati all’annientamento fisico e psicologico della persona. Fu in questi campi segreti che emerse il volto più brutale dell’Udba, la polizia segreta di Tito.
Il prezzo pagato dalle donne
Molte delle donne finite nei campi non erano colpevoli di alcun reato. Talvolta bastava essere la moglie, la compagna o la parente di un uomo considerato sospetto dal regime. In altri casi era sufficiente un’accusa infondata per essere trascinate in un sistema repressivo che non faceva distinzione tra nemici reali e innocenti.
Una memoria contro l’oblio
In questo è il preziosismo e l’importanza del lavoro di Valentina Motta: 1948 Il Terrore – Prigioniere sotto Tito non si limita a ricostruire una pagina rimossa, ma costringe il lettore a guardarla senza scorciatoie ideologiche, dove la memoria smette di essere terreno di disputa e torna ad essere anche qui, semplicemente, un dovere di verità.