Alla Fondazione An
L’America spiegata bene da James Carafano: “Gli Usa non usciranno mai dalla Nato. Trump resta amico dell’Italia”
L’esperto della Heritage Foundation protagonista del dibattito a via della Scrofa: «Vale la pena spiegare, in termini umani, quale sia la strategia del presidente nei confronti dell’Europa e del rapporto transatlantico»
Politica - di Alice Carrazza - 9 Giugno 2026 alle 17:21
«Donald Trump non è più quello del 2017». James Jay Carafano parte da questa premessa per smontare molte letture di maniera sul presidente americano. A Roma, nell’incontro organizzato dalla Fondazione An, l’analista senior della Heritage Foundation invita a guardare oltre la caricatura del leader “pazzo” o imprevedibile evocata da certa stampa e politica.
«Forse vale la pena spiegare, in termini umani, quale sia la strategia del presidente nei confronti dell’Europa e del rapporto transatlantico. Credo infatti che su questo punto ci sia parecchia confusione», dice Carafano. Dal primo mandato a oggi, la differenza è l’esperienza: Trump ha governato, ha trattato con i leader mondiali, ha attraversato crisi internazionali. «Oggi Donald Trump è probabilmente uno degli uomini politici più esperti e rodati dell’Occidente. Questo fa una grande differenza».
Cosa aspettarsi da Trump
Da qui si è sviluppato il confronto ospitato martedì 9 giugno nelle sale di via della Scrofa: una discussione sul posto che gli Stati Uniti intendono occupare nel nuovo equilibrio occidentale e sul ruolo che l’Italia può giocare dentro questa ridefinizione. Attorno all’esperto statunitense, il dibattito ha preso la forma di una staffetta di interventi, domande e letture politiche, con parlamentari, giornalisti, esponenti del mondo conservatore e realtà culturali della destra italiana ed europea.
Tra loro Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia, segretario generale dell’Ecr party e vicepresidente della Fondazione An; Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea di Palazzo Madama; Francesco Giubilei, direttore scientifico della Fondazione; Antonio Rapisarda, direttore del Secolo d’Italia; Flaminia Camilletti giornalista della Verità; Francesco Curridori per il Giornale; Francesco De Palo, analista di Formiche; Federica Pascale per il Tg5, Giorgio Rutelli per Adnkronos, la giornalista del Tempo Eleonora Tomassi. Presenti anche Maicol Pizzicotti Busilacchi, in rappresentanza di New Direction, Domenico Gramazio segretario generale del Cis e Marco Gregoris per l’associazione M.Arte.
L’America non si ritira
Il primo equivoco smontato da Carafano è quello di un’America pronta a voltare le spalle all’Europa con il ritorno di Trump. L’analista della Heritage Foundation contesta questa lettura e parla invece dei fatti. La strategia americana, spiega, non si capisce inseguendo i commenti di giornata o sfogliando soltanto i documenti ufficiali. Si misura guardando dove si concentrano investimenti, energia, digitale, commercio e sicurezza: cioè i luoghi concreti in cui Washington continua a giocare la partita europea.
Il Vecchio Continente, nella sua analisi, non è l’unico dossier sul tavolo di Washington, ma resta una delle aree decisive della proiezione Usa. Cambia semmai il metodo: meno automatismi, più selezione degli interlocutori; meno retorica multilaterale, più «attenzione ai risultati». È una postura che può spiazzare alcune cancellerie europee, abituate a leggere l’alleanza atlantica come una garanzia permanente, ma non equivale a un disimpegno. E invita a guardare ad Est.
«Da quando Donald Trump è tornato in carica l’Ucraina non è mai stata in una posizione più forte, né sul campo di battaglia né sul piano delle relazioni internazionali», ha detto Carafano. Una frase che arriva mentre in Europa resta vivo il timore di un abbandono americano. La sua lettura è opposta: Kiev ha fermato Vladimir Putin, ha consolidato la propria posizione diplomatica e continua ad attirare investimenti. Poi la sintesi più esplicita: «Non si può semplicemente consegnare l’Ucraina ai russi».
“L’Occidente è una precondizione”
Giordano, padrino dell’iniziativa, ha riportato il confronto su un piano insieme politico e culturale. «Gli Stati Uniti sono la nuova generazione dell’Europa», ha detto, richiamando un legame «fortissimo, molto più forte di quel che si voglia capire». Per l’esponente di FdI, il senso dell’incontro era proprio questo: uscire dal rumore, dalle semplificazioni, dalle interpretazioni pigre sul tycoon. Aiutare gli italiani a capire meglio ciò che accade negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, offrire a Carafano una chiave per capire Italia ed Europa, «perché la verità è che gli Stati Uniti non è che ci capiscono tanto».
È su questo terreno che si è innestata la domanda di Antonio Rapisarda. Il direttore del Secolo ha portato il dibattito sul nodo politico: il rischio che una parte d’Europa, tra ambizioni di autonomia strategica e tentazioni antiatlantiche, guardi sempre meno a Washington e sempre più ad altri poli, dalla Cina all’Iran fino al Sud America. «Per noi l’Occidente è una precondizione, non una scelta; è un valore, non un’opzione», ha detto Rapisarda, chiedendo se una parte dell’amministrazione americana non rischi di sottovalutare il lavoro compiuto da Roma.
Carafano ha risposto indicando le due direttrici trumpiane. La prima è il pragmatismo istituzionale: lavorare con chi è disposto a collaborare, senza farsi bloccare dalle etichette politiche. La seconda è la costruzione di una rete più ampia di partner affini, capace di affrontare dossier su cui l’Europa appare spesso paralizzata: immigrazione, energia, Cina, sicurezza economica, competitività.
Su questo stesso crinale si è inserito Giulio Terzi di Sant’Agata, che ha allargato lo sguardo alla storia politica dell’Occidente. Il richiamo alla Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776 e ai principi del conservatorismo europeo non è stato un passaggio ornamentale, ma il modo per riaffermare la centralità dell’asse con Washington davanti alle crisi internazionali. Del resto, Francesco Giubilei, aprendo i lavori, aveva già indicato il terreno comune tra conservatori italiani e americani: libertà, patriottismo, valori e contrasto alla cancel culture.
Il nodo politico
In chiusura, Carafano ha spiegato anche perché americani ed europei spesso si fraintendono. Negli Stati Uniti tutto tende a ricondursi a due grandi famiglie politiche. In Europa, invece, chi non condivide più una linea può uscire da una realtà e fondarne un’altra. Il partito dell’elefantino, ha osservato, è tuttavia ormai «essenzialmente un partito conservatore», ma contiene anime e sensibilità diverse.
Ed è anche da questa complessità che bisogna partire per guardare all’America di Trump. Non un alleato in ritirata, ma un interlocutore più selettivo, pragmatico, esigente. Un passaggio non semplice, ma necessario. O, per riprendere la conclusione di Giordano: «Credo che oggi abbiamo fatto comunque un passo avanti».










