Il dibattito
L’indipendenza culturale dietro quella militare: la sfida del ritiro delle truppe Usa dall’Europa
L'accelerazione impressa da Trump sulla riduzione della presenza militare americana in Europa obbliga il Vecchio Continente a ripensarsi non solo in termini di difesa, ma anche in termini di riscoperta della propria identità
Premessa politica. Trump ha ufficialmente deciso di ritirare dall’Europa una delle quattro brigate Usa; e si sa che l’appetito… no, anche la dieta dimagrante viene rinunciando! Il ritiro americano è irreversibile, quand’anche non avvenisse subito e in un colpo; e l’Europa (non questa Europa, ovvio, ma l’Europa) dovrà pensare alla propria difesa. Difesa? E spesso la miglior difesa… Insomma, l’Europa del futuro dovrà farsi una politica estera, e quindi una politica militare. Come e con quali istituzioni eccetera, è una questione di ius condendum per le forme, e di volontà politica per la sostanza.
L’identità culturale dietro quella militare
Eppure tutto questo non basterebbe: nessuna istituzione, nessuna struttura militare può nascere e vivere, se non ha alle spalle una solida identità culturale. Ora ci tocca tornare indietro di ormai otto decenni, e proprio a proposito di cultura. Riassunto dei fatti: dal 1943 le truppe Usa entrarono in Italia; dal 1944, in Francia; nel 1945 s’insediarono, e si trovano tuttora in Italia e Germania e altrove, sia sotto forma di Nato, sia per trattati (più o meno in chiaro o segreti?) che concedono basi Usa non Nato. Quest’operazione militare e politica è stata accompagnata, sorretta, causata da un’ancor più gigantesca e più variegata e più addentellata operazione di cultura divulgata, e che è corretto chiamare l’americanizzazione dell’Europa.
L’americanizzazione dove meno te l’aspetti
Inizio dove magari uno non se l’aspetterebbe: l’americanizzazione della Chiesa Cattolica, estesa dalla mentalità agli abiti ecclesiastici, detti clergymen; abiti che in questo caso fanno il monaco. Fu complice l’anticomunismo da Guerra Fredda, fortissimo fino almeno agli anni 1970. Conservo da qualche parte le pubblicazioni dei Salesiani, dove io studiavo, che erano intrise di americanismo sotto ogni aspetto. Poi finirono non tanto l’americanismo… ma le pubblicazioni: chissà perché? E non manca l’effetto più americano, una specie di sincretismo religioso. Esempio: è molto sentito, in Usa, il Natale… però solo a patto di non domandarsi mai il Natale… la Nascita di Chi! A Natale siamo tutti più buoni?
L’influenza di Perry Mason
Seguì l’americanizzazione del diritto, per cui abbiamo, in Italia, un ircocervo di Codice Penale del 1930, inquisitorio, e dal 1988 un Codice di Procedura accusatorio… cioè, per capirci, da puntate di Perry Mason, a forza di vederla in tv. E i film? L’Italia venne inondata da film americani, con netta prevalenza di western da indiani cattivi, e di guerra con nemici tutti cattivissimi se tedeschi o giapponesi… e, attenti alla sottile perfidia, mai italiani né cattivi né buoni, diciamo inesistenti. Il cinema italiano diede una mano alla colonizzazione, con un neorealismo da straccioni.
Dalla musica alla moda: solo l’alto stile resiste
E la musica? Studiate un poco di cronaca della musica leggera, e scoprirete che tante canzonette dei nostri tempi, che ci fecero piangere e sorridere, erano traduzioni da canzoni americane; le quali, con nostra vergogna, conservano più tradizione classica loro che l’Italia. E la moda? Non dico quella di alto stile, che resiste ai secoli; ma la moda dei supermarket e dei mercatini, cui attingiamo tutti senza remore, a poco prezzo e senza tanti dubbi di eleganza.
La mutazione del linguaggio
Il linguaggio? I negozi che si proclamano “store”: l’avvocatino che chiama il giudice “Vostro Onore”; il giornalista che definisce governatore il presidente di una Giunta regionale, il quale invece non ha minimamente i poteri di un americano nel suo Stato; e la superstizione del “minorenne”, per cui se uno concupisce una fanciulla di 17 anni, 11 mesi e 29 giorni è un osceno pedofilo, però il giorno dopo la suddetta può oscurare la vivace fama di Messalina, e guai a criticarla, giacché è maggiorenne; e le quote etniche e la cancel culture contro Colombo eccetera; e l’inglese americano, quello degli aeroporti, il cui effetto in Italia è la scomparsa, ahimè, del congiuntivo eccetera; e il dilagare di americanismi molto spesso a sproposito… e non parliamo di locuzioni come “nativi americani”, che fino a nativi ancora ancora… ma americani si chiamano per Amerigo Vespucci fiorentino! E aggiungiamo la locuzione, di recentissima moda, “Padri costituenti”, e pure “Madri”, presa di peso dal 1776 americano, mentre prima ci contentavamo, con realismo, di “Costituenti”.
La necessità di recuperare l’indipendenza culturale
Insomma, c’è stata una colonizzazione culturale, certo non a caso, ma con un preciso piano di dominio delle menti. E mi si lasci dire che non ne fu esente una certa destra! Il piano finora è perfettamente riuscito; solo che quando gli Usa se ne andranno, si porteranno via anche il loro piano di americanizzazione; e bisognerà assumere seri provvedimenti per recuperare l’indipendenza culturale.
La ripetizione del mito di Atlantide
La Francia difende il francese per legge, perciò non fa parte della Nato bensì dell’Otan, e in cielo non vede eventuali Ufo ma Ovni: magra soddisfazione, se poi la gente parla il “franglais”; e nemmeno possiamo arrivare agli estremi di quando, in era littoria, cow boy veniva tradotto buttero. La lingua dunque non si tutela per decreto, bensì parlandola e scrivendola. Non si può obbligare la gente a vedere film italiani invece che americani, spesso di ottima fattura; ma si possono girare film italiani capaci di attirare la gente al cinematografo. Curiosamente, se volete un film di critica all’America, dovete vedere Soldato blu; come i soli a parlare male di Atene antica furono Eschilo, Aristofane, Senofonte, Platone: per tutti gli altri, Atene era e l’America è uno scontatissimo e mai messo in dubbio mito pari ad Atlantide e Città del Sole. Lo stesso dunque per la letteratura, e l’arte e la musica e il linguaggio.
Indipendenza e buoni rapporti: un binomio necessario
È dunque una battaglia culturale, da condurre con misura e quindi con efficacia concreta, quell’efficacia che non è mai assicurata dall’ampollosa e vuota retorica, bensì dai fatti. A cominciare con il raccontare, anche al cinema, la complicatissima storia d’Italia come fu e non come qualcuno vorrebbe fosse stata e sia. Dopo di che, e quando magari se ne andranno anche le altre tre brigate a stelle e strisce, e dovremo tornare l’Europa e l’Italia indipendenti, sarà utile mantenere tutti i convenienti buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America; e, già che ci troviamo, con l’America Centromeridionale, che parla castigliano e portoghese, lingue latine, ed è in buona parte italiana.