Chi è indagato
La Procura di Roma apre un’inchiesta sul Ponte sullo Stretto: l’opposizione gufa prima del tempo
L’inchiesta avviata dalla Procura di Roma è solo ai primi passi, non esistono condanne, non sono state accertate responsabilità, ma i gufi hanno già iniziato a volteggiare sullo stretto e sul progetto del Ponte sullo Stretto.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Roma, che vede indagati l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, Vincenzo Virgiglio e Giacomo Francesco Saccomanno per ipotesi di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio legate all’iter di approvazione del progetto, è bastata infatti a scatenare l’ennesima offensiva politica contro l’infrastruttura simbolo del governo Meloni.
Conte già chiede di recuperare i 13,5 miliardi
A guidare l’assalto è stato il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. «Si scopre anche l’ombra della corruzione su questo progetto», ha dichiarato l’ex premier, arrivando a chiedere di recuperare i 13,5 miliardi destinati all’opera per destinarli ad altre finalità.
Sulla stessa linea Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra, secondo cui l’indagine confermerebbe i timori più volte espressi sul progetto e sui possibili interessi che ruotano attorno alla realizzazione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.
Peccato che l’inchiesta non riguardi il Ponte in sé, la sua sostenibilità tecnica, la sua utilità economica o la sua strategicità infrastrutturale. Riguarda invece presunte condotte individuali tutte da verificare e che dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.
Confondere le eventuali responsabilità di singoli soggetti con il valore dell’opera è un’operazione politica che appare tanto prevedibile quanto strumentale. Da decenni, infatti, il Ponte sullo Stretto viene osteggiato attraverso argomentazioni sempre diverse: i costi, l’ambiente, la sicurezza, i tempi, le procedure. Oggi l’inchiesta giudiziaria. Domani, probabilmente, qualcos’altro.
Rampelli: “Il valore dell’infrastruttura va distinto dall’inchiesta”
A ricordare la distinzione tra il piano giudiziario e quello politico è stato il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli. «Mi rifiuto di pensare che certa magistratura intenda intralciare il naturale corso delle grandi opere con gli strumenti di cui dispone. Sono certo – prosegue l’esponente di FdI – che la società saprà dimostrare la propria estraneità e comunque deve essere ben distinta la responsabilità di singoli professionisti rispetto al valore dell’infrastruttura che, con urgenza, si deve realizzare perché porterà un beneficio oggettivo a tutta Italia, a cominciare dal Mezzogiorno. Basta intralci e scuse».
Ed è proprio questo il punto che le opposizioni sembrano ignorare. Se emergeranno responsabilità personali sarà giusto accertarle fino in fondo. Ma utilizzare un’indagine ancora nella fase iniziale per tentare di delegittimare un progetto che punta a collegare definitivamente la Sicilia al continente appare come l’ennesimo tentativo di bloccare un’infrastruttura attesa da generazioni.
Le inchieste faranno il loro corso. L’iter per la costruzione del Ponte, invece, a dispetto dei gufi, farà il suo.