Strabismo progressista
Il Pd scopre il diritto “a restare”: peccato che per la sinistra valga solo a targhe alterne…
Se il diritto a restare è davvero un diritto, non può essere a geometria variabile. Non può valere per i giovani italiani e smettere di valere quando si parla di giovani africani
Il Partito Democratico ha scoperto il «diritto a restare». È lo slogan associato a una proposta di legge che punta ad affrontare una delle grandi questioni demografiche e sociali del Paese: l’emigrazione giovanile. «Chi governa ci ha sempre detto che l’unico problema del Paese è l’immigrazione, ma non stanno facendo abbastanza sull’emigrazione, per i giovani che potrebbero restare o tornare dopo un’esperienza all’estero», ha dichiarato Elly Schlein.
L’affermazione appare discutibile sotto più aspetti. Innanzitutto, perché «chi governa» non ha mai sostenuto che l’immigrazione sia l’unico problema dell’Italia. In secondo luogo, perché il tema dell’emigrazione giovanile, così come quello della denatalità, è da tempo al centro delle politiche messe in campo dal governo. Ma al di là della polemica contingente, vale la pena soffermarsi sul principio generale evocato dal Pd.
Chi non vorrebbe una Nazione capace di offrire opportunità, lavoro e prospettive tali da non costringere i propri giovani a cercare fortuna altrove? Il diritto a restare è un principio condivisibile. Proprio per questo viene spontaneo chiedersi se esso valga soltanto per i giovani italiani oppure se abbia una portata più ampia. Il concetto, del resto, non è affatto nuovo nel dibattito politico italiano. Da tempo Giorgia Meloni richiama il «diritto a non dover emigrare» come uno dei pilastri del Piano Mattei per l’Africa. L’idea è semplice: la cooperazione non dovrebbe tradursi nello svuotamento dei Paesi africani delle loro energie migliori, ma nella creazione di condizioni economiche e sociali che consentano ai giovani di costruire il proprio futuro nella terra in cui sono nati.
Alla base c’è un principio tanto semplice quanto significativo: nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria casa, la propria famiglia e la propria comunità per mancanza di opportunità. Se questo vale per un ragazzo italiano che lascia il proprio Paese, perché non dovrebbe valere anche per un giovane africano? Ed è qui che emerge una contraddizione politica abbastanza evidente. Per anni la sinistra ha affrontato il fenomeno migratorio quasi esclusivamente dal punto di vista dell’accoglienza, concentrandosi sugli effetti più che sulle cause e teorizzando, di fatto, una sorta di diritto universale ad emigrare. Molto meno spazio è stato dedicato a una domanda fondamentale: perché milioni di persone sono costrette a partire? Perché intere generazioni abbandonano i propri Paesi in cerca di prospettive che non trovano a casa propria?
Se il diritto a restare è davvero un diritto, non può essere a geometria variabile. Non può valere per i giovani italiani e smettere di valere quando si parla di giovani africani. Non può essere considerato un obiettivo quando riguarda chi parte dall’Italia e diventare irrilevante quando riguarda chi parte dall’Africa. Per questo colpisce che il Pd rivendichi oggi il diritto a restare come risposta all’emigrazione italiana, ma continui a guardare con diffidenza a una strategia che si fonda sul medesimo principio applicato al continente africano. Perché, in fondo, la domanda è la stessa per tutti: creare le condizioni affinché una persona possa scegliere liberamente di restare nella propria terra senza essere costretta a partire. Se il diritto a restare è un valore, allora deve esserlo per tutti. Senza discriminazioni.