L'infanzia sotto Ceaucescu
Il comunismo raccontato bene da Chivu: “In Romania la libertà era una fetta di prosciutto. Ho mangiato la prima banana a 8 anni”
«Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità». Così Christian Chivu, allenatore dell’Inter, ha raccontato la sua esperienza di vita negli anni del regime comunista di Nikolau Ceausescu. «Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto – ha proseguito l’ex calciatore -. Ero appassionato di calcio, perché mio papà era un ex giocatore. All’epoca faceva l’allenatore di una squadra amatoriale. Io da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto». Chivu ricorda ancora il suo primo approccio con il calcio: «Era una pallina da tennis con cui giocavo in casa, studiavo le traiettorie, i meccanismi di palleggio e di tiro. Ricordo quella pallina da tennis che volava su tutte le pareti della stanza. La colpivo di testa o al volo e finiva nella porta della camera, che per me diventava la rete».
Chivu ricorda la caduta di Ceausescu e la fine del regime comunista romeno
L’allenatore dell’Inter ha ricordato la caduta di Ceausescu dalla sua prospettiva: «Erano i giorni di Natale. Mio papà era subingegnere in una fabbrica di armi. L’azienda era stata chiusa e a tutti i dipendenti era stato dato l’ordine di presidiare luoghi strategici. Una sera papà tornò a casa e disse che doveva andare a fare la guardia e ci raccomandò di non uscire di casa perché a Timisoara avevano cominciato a sparare contro i manifestanti». «Quella notte l’ho vissuta con grande ansia, si sentivano gli spari anche da casa – ha ripreso -. Ho un ricordo preciso, scolpito: mio padre che esce di casa la sera essendosi rasato e la mattina dopo torna con la barba».
Poi ha fornito un altro frammento di memoria a proposito della prima volta in cui ha sentito le voci dei manifestanti che protestavano contro il comunismo e la successiva caduta di Ceausescu: «Eravamo tutti con l’ansia di capire quello che stava accadendo. Il telegiornale di regime minimizzava, ma noi sentivamo Radio Europa Libera e capivamo che il regime stava vacillando. Pensavamo che lui riuscisse a scappare. Ma poi l’hanno preso, gli hanno fatto un processo al volo e la storia del mio Paese è cambiata».
Cosa voleva dire la parola libertà per un bambino romeno?
Chivu ha spiegato che per un bambino la parola libertà rappresentava «la possibilità di avere cose. Di vivere normalmente, di mangiare normalmente. Allora avevamo solo due litri di latte, un paio di uova, un po’ d’olio e il pane solo il sabato. La libertà era avere una fetta di prosciutto, un quadrato di cioccolata. Ci crede che io ho mangiato la mia prima banana a otto anni?». L’ex giocatore ha scelto di diventare un atleta «a nove anni. Ero ancora sotto il regime e frequentavo una scuola calcio proprio in quel dicembre. Il mio sogno era poter avere uno stipendio da portare a casa. Come facevano i miei che a fine mese contavano i risparmi e li nascondevano. Volevo fare come mio padre».
La scomparsa del padre e la rivincita nella vita
Successivamente, l’ex calciatore di Inter, Ajax e Roma ha parlato della scomparsa del padre: «Avevo sedici anni e mezzo. Volevo dimostrargli quello che lui ha sempre pensato di me ma che io ho saputo solo dopo da mia mamma: che potessi crescere responsabilmente, e farmi strada con le mie forze. È stato l’unico obiettivo della mia vita: dimostrargli di saper fare cose belle e giuste, da ragazzo maturo. Purtroppo non ha potuto vedermi crescere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salutarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una partita».
Poi ha anche rammentato l’ultimo colloquio con lui: «Gli ho detto di non preoccuparsi perché sarei diventato molto responsabile e mi sarei preso cura io di tutta la famiglia. All’improvviso sono cresciuto e quella promessa l’ho sempre avuta davanti agli occhi. Quell’impegno mi tiene sempre con i piedi per terra, nei momenti belli e in quelli più duri». Quando poi è diventato abbiente ha regalato una casa alla mamma e le ha fatto molti regali, ma come spiega lui stesso questi «non sono sufficienti a risarcirla degli sforzi che lei ha fatto, rimasta da sola a tirare su me e mia sorella. Mi ha ripagato il suo orgoglio per la mia carriera, per aver studiato e aver mantenuto la promessa fatta a mio padre».