Amnesie rosse
Tienanmen 37 anni dopo, la Cina comunista vieta alle famiglie dei caduti di andare al cimitero
La Repubblica comunista cinese soffre di amnesia, un po’ come la sinistra italiana. Era la notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 quando all’esercito fu ordinato di sparare sul popolo inerme nel centro di Pechino a piazza Tienanmen. Truppe e carri armati cinesi sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime non è mai stato reso noto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, forse migliaia.
Tienanmen 37 anni dopo, la Cina comunista non ricorda
A 37 anni da quella strage, immortalata per sempre dall’immagine iconica dei carri armati che puntano ad altezza uomo mentre un uomo li sfida rimanendo in piedi, la Cina continua con la rimozione, tipica delle peggiori dittature. Non c’è pace, non c’è ricordo, non c’è rispetto per quei giovani universitari schiacciati dai cingolati del regime comunista. Dopo 37 anni la polizia ha vietato alle famiglie dei caduti di visitare il cimitero di Pechino per ricordare figli e nipoti. La portavoce del ministero degli Esteri cinese ha replicato duramente al segretario di Stato americano Marco Rubio che ‘pretendeva’ di ricordare. “Il 4 giugno il mondo commemora il 37esimo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all’interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen”. Queste le parole di Rubio secondo cui “nessuna censura, per quanto massiccia, potrà mai cancellare il passato. Coloro che si sono sacrificati per difendere i loro diritti inalienabili di libera espressione e riunione pacifica saranno vendicati, un giorno”.
Pechino replica a Rubio: fatti distorti
Parole che non sono piaciute a Mao Ning, direttrice del Dipartimento informazione degli Esteri. “Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici. Diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina. E costituiscono un’ingerenza negli affari interni del Paese. Nessuno può interferire negli affari interni della Cina con il pretesto della democrazia e dei diritti umani”. Libertà e diritti umani? Per Pechino solo un ‘pretesto’.
Parla la mamma di una vittima diciannovenne
A differenza del passato, quando seppure sotto stretta sorveglianza della polizia le madri potevano recarsi al cimitero, oggi ai familiari è interdetta qualunque commemorazione. Zhang Xianling, 89 anni, che perse il figlio 19enne nella strage di Tienanmen, ha riferito a Radio Free Asia di aver ricevuto il divieto di recarsi al cimitero dall’Ufficio di Sicurezza di Pechino. “Dal 28 maggio ci sono agenti al cancello del comprensorio dove abito e altri due all’ingresso del palazzo e tre macchine fuori”. Suo figlio, Wang Nan, aveva appena finito il liceo nella primavera del 1989, quando i giovani cominciarono a occupare piazza Tienanmen per chiedere maggiori libertà. Il Partito popolare cinese rispose con la repressione più crudele e migliaia di cittadini inermi furono massacrati. Tra questi Wang Nan, caduto a un incrocio poche decine di metri a Nord della Grande Sala del Popolo mentre era in motorino.