La testimonianza
Ho corretto i temi della Maturità al serale: ecco cosa hanno scritto sulla fatica
Riceviamo dalla presidente di una commissione di esami della maturità delle scuole serali di un istituto romano, scuola dove la maggioranza dei maturandi sono madri e padri di famiglia e pensionati, questa testimonianza, che riportiamo integralmente.
«Io la fatica la conosco bene. Da quando ho compiuto quattordici anni e mi sono resa conto che mia madre, con il suo lavoro di colf, non ce la faceva a mantenerci. Allora ho dovuto lasciare la scuola. Qualche anno dopo ho scoperto che esisteva il serale, che avrei potuto lavorare e studiare insieme. E allora sono tornata tra i banchi».
La traccia del rider: volevo studiare ma mia madre ha avuto un ictus
«Quelli che stanno bene, quelli che magari frequentano il classico e a cui i genitori rimuovono qualsiasi ostacolo, non sanno la fortuna che hanno. Io faccio il rider per Glovo per aiutare a casa. Mia madre ha avuto un ictus e non può più lavorare; mio padre non so dove sia, e non ne voglio sapere. Così lavoro, torno a casa, mi faccio una doccia e vengo qui tra i banchi. Voglio studiare. Voglio, se possibile, andare avanti».
Il barista di Trastevere
«La mattina alle sei apro il bar dove lavoro. Torno a casa, una doccia, mi riposo un po’ e poi corro a scuola. La sera vado a fare il barman in un locale a Trastevere. Sì, lavoro tanto. Lo so io cos’è la fatica. E non è possibile che chi non è costretto a fare la mia vita non si renda conto della propria fortuna».
L’operaio nel cantiere: io la fatica la odio e la ringrazio
«Lavoro in un cantiere, sotto il sole o la pioggia. La gente non conosce la fatica, quella vera, quella che ti costringe a sollevare pesi, ad alzarti all’alba, a tornare a casa con l’unico desiderio di buttarti a letto. Invece mi vesto e vengo qui. Per me la fatica è qualcosa di naturale. La odio, ma la ringrazio anche: mi ha dato un’esperienza e una maturità che pochi raggiungono, specie i figli dei ricchi».
“Sono invalida e faccio la cassiera”
«Ho 30 anni e faccio la cassiera. Sono invalida al 75%, ma ho già una famiglia sulle spalle. Mio padre è disoccupato, mia madre raggranella poco e i miei fratelli un po’ se ne approfittano. La mia fatica è anche il mio orgoglio: quello di essere io, con tutta la mia fragilità, la colonna portante di casa».
La ragazza madre che lavora al fast food
E ancora: «Ho un figlio di 5 anni, l’ho avuto a 16. Lavoro al McDonald’s e qualche volta mi permettono di portarlo con me. Ho scelto il serale perché volevo un titolo e magari, chissà… La fatica per me non è una sconosciuta. È l’aria che respiro. Ma è anche l’aria che mi tiene in vita».
La traccia di Mario Calabresi
Questo è quanto ho letto, riadattato, nelle prime prove d’esame – i temi d’italiano – che ho appena corretto in una scuola serale di Roma. È il terzo periodo del percorso, quello che corrisponde alla Maturità. La traccia scelta è quella di Mario Calabresi, un invito a meditare sull’accezione odierna di “fatica” e sulla sostanza del lavoro umano; una riflessione su come oggi la si consideri qualcosa da evitare, da accorciare o eliminare, per arrivare d’un balzo al traguardo. Un traguardo magnifico che nessuno, un tempo, avrebbe mai pensato di tagliare senza un percorso fatto di tenacia, impegno, cadute e risalite.
Il tema si concentra proprio su questo: le nuove generazioni e l’idea di impegno. Ma interroga anche la responsabilità delle generazioni precedenti che, dalla propria fatica, sembrano aver tratto solo l’ostinazione di non imporla mai ai figli, con l’imperativo di far trovar loro una strada piana, se non in discesa.
Ma qui, in questi compiti scritti da ragazzi per lo più romani, emerge il volto di una generazione “pasoliniana”. Una gioventù che della vita ha visto, fin dalla più tenera età, il volto più scabro: non quello che conduce al benessere piccolo-borghese, ma quello operaio, fatto di fronti e braccia sudate, di sveglie quando il cielo è ancora tempestato di stelle, di gambe che pedalano instancabili e di treni attesi in stazioni solitarie, mentre il fiato cerca di scaldare le mani intirizzite. È la fatica che riproduce se stessa, che ti fa galleggiare a filo d’acqua: e guai a smettere di muoverti, verresti sommerso, inghiottito.
È una generazione con le mani sporche di vita e di esperienza, affondate presto in una materia plasmata a colpi duri. Mani che non si sono tirate indietro perché non c’era nessuno a fare da scudo. A quattordici o quindici anni erano già in prima linea, già consapevoli, già maturi ben prima di affrontare questa prova che il Ministero chiama “Maturità”. Loro sanno. Sanno che se avessero indugiato davanti a uno schermo, se avessero reclamato il diritto a un’adolescenza spensierata, sarebbero precipitati. Loro e i loro cari. Lo sanno come nessun ragazzo di un liceo tradizionale forse-tranne qualche eccezione-saprà mai.
Guai a noi se osiamo giudicarli o guardarli dall’alto in basso. Noi non sappiamo nulla delle loro battaglie, a meno che non si voglia davvero ascoltare. E allora taciamo e chiniamo lo sguardo, con rispetto. Togliamoci le lenti deformanti del pregiudizio e mettiamoci in ascolto. Io l’ho fatto, e ho capito che a questi ragazzi non serve la nostra comprensione, né la carità. Serve la giustizia. La dignità ce l’hanno già.
Stefania M.