Accade a Corviale
Attrazione fatale nuova versione: impiegato romano a processo per stalking. “Perseguitava il suo ex amante e la famiglia”
Stalking dopo la relazione finita: «Ci pedinava anche con nostra figlia, mio marito era diventato uno zombie»
Sembra la trama attualizzata di “Attrazione fatale”, girato nel popolare quartiere romano di Corviale con l’amante gay in cerca di vendetta al posto di Glenn Close. Sono gli elementi che emergono dallo sconcertante fatto di cronaca, così come documentato dal Messaggero.
Una relazione finita, l’ossessione che cresce, le telefonate minatorie, i pedinamenti sotto casa e la paura di uscire anche con la figlia piccola. È la storia raccontata in aula da Roberta, nome di fantasia, moglie di Nicola, 55 anni, manutentore di ascensori, parte offesa in un processo per stalking a Roma.
Come riporta il quotidiano romano, sul banco degli imputati c’è A.B., impiegato comunale di 51 anni, accusato di aver perseguitato per anni la coppia residente nella zona di Corviale dopo la fine della relazione avuta con Nicola. «Sabato e domenica era un incubo. Dovevamo restare chiusi in casa insieme a nostra figlia. Lui ci pedinava», ha raccontato Roberta davanti ai giudici.
La relazione nata dopo un intervento di lavoro
Secondo quanto emerso nel processo, la vicenda sarebbe iniziata nel 2018. Nicola, incaricato di una manutenzione nell’ufficio in cui lavorava A.B., avrebbe stretto amicizia con l’impiegato. Tra i due, entrambi sposati e padri, sarebbe poi nata una relazione. Nel 2019, Nicola avrebbe deciso di interrompere il rapporto. Da quel momento, secondo l’accusa, l’ex compagno non avrebbe accettato la fine della storia e avrebbe iniziato a perseguitare lui e la moglie.
Le minacce alla moglie dell’ex amante: “Bastarda, ti faccio tagliare le gambe”
La persecuzione, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe andata avanti per circa quattro anni. A.B., pur vivendo lontano dalla coppia, avrebbe effettuato numerosi appostamenti sotto il palazzo di Nicola e Roberta, accompagnati da telefonate e frasi minacciose.
Il risentimento dell’imputato si sarebbe concentrato soprattutto sulla moglie di Nicola, considerata un ostacolo alla relazione. In aula sono state riferite frasi pesanti, tra cui: «Bastarda, ti faccio tagliare le gambe». La coppia, spaventata, avrebbe modificato la propria vita quotidiana fino a installare un sistema di videosorveglianza.
«Mio marito era diventato uno zombie»
Roberta, nonostante la scoperta della relazione omosessuale del marito, ha scelto di restargli accanto. In aula ha descritto il crollo psicologico dell’uomo con parole molto dure: «Era diventato uno zombie».
La paura non avrebbe risparmiato neppure la figlia della coppia. In almeno un’occasione, secondo quanto riferito, l’imputato avrebbe seguito la famiglia fino alla palestra frequentata dalla bambina, cercando di non farsi riconoscere.
La denuncia infamante
Il momento più grave sarebbe arrivato all’inizio del 2023, quando A.B. avrebbe denunciato Nicola per pedofilia, accusandolo di atti osceni davanti alla figlia di dieci anni. A seguito della segnalazione, l’abitazione della coppia è stata perquisita e diversi dispositivi sono stati sequestrati. Dagli accertamenti non sarebbero però emersi riscontri all’accusa.
La pressione psicologica, secondo il racconto della famiglia, sarebbe diventata insostenibile. Nicola avrebbe temuto per sé, per la moglie e per la figlia, arrivando a un passo dal suicidio. Alla fine, sostenuto dai familiari, ha deciso di denunciare.
L’avvocato: «Quando le vittime sono uomini, spesso la vergogna impedisce di parlare»
Nicola e Roberta sono assistiti dall’avvocato Marina Terlizzi, da anni impegnata nel contrasto allo stalking e alla violenza domestica. «Il mio principale auspicio è che divulgare storie come questa serva a far comprendere che i fenomeni della violenza, della gelosia morbosa e della persecuzione hanno svariati volti», ha dichiarato la legale al termine dell’udienza.
«Nessuno può dirsi davvero al sicuro. Spesso, quando le vittime sono uomini, il senso di vergogna impedisce di parlare. Ma restare in silenzio non è mai la scelta giusta».