Politica & musica
Un disco e un libro: Patrizio Trampetti, il “compagno” che “ci credeva” ma ironizzava sulle Feste dell’Unità
Il saggio "Un giorno credi" di Luca Maurelli svela cosa c'è dietro la nascita di quell'inno generazionale portato al successo da Edoardo Bennato
“Le feste di piazza erano le feste politiche, quelle che si rivelavano sempre un po’ deludenti, in cui aleggiava l’utopia di un ideale che poi, inevitabilmente, svaniva, si perdeva, come i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente, scrive Luca Maurelli in “Un giorno credi. Patrizio Trampetti e la vera storia dell’inno di una generazione che voleva cominciare da zero” (Jack Edizioni, pp 171, 10 Euro), presentando la visione del mondo e della vita di un artista napoletano che da sinistra, in “Feste di piazza”, aveva anticipato di molti anni la disgregazione delle ideologie che negli anni Settanta venivano rappresentati nei simulacri dei partiti, Pci in testa. Quel cantante-attore-autore oggi torna con un disco e con un libro a lui dedicato a sintetizzare una vita da irregolare della musica e della politica.
Patrizio Trampetti artista dai mille linguaggi e un solo ideale
La carriera di Patrizio Trampetti, vomerese doc, napoletano atipico, ha incrociato le lotte politiche degli anni Settanta, le guerre, il colera di Napoli, le botte e tra fasci e compagni, i duelli Berlinguer, Almirante, i geni di Edoardo Caliendo e Roberto De Simone, i successi della “Gatta Cenerentola” portata al successo dalla Nccp al festival dei Due Mondi di Spoleto, nel 1976, 50 anni fa. Tutto riassunto, oggi, nel libro che porta il titolo di quell’inno generazionale, “Un giorno credi“, da lui scritto e portato al successo da Edoardo Bennato, un pezzo che ancora oggi, come “Feste di piazza”, ci parla con la sua straordinaria attualità.
Le feste dell’Unità nel racconto spietato di un “compagno”
L’ideale, prima delle ideologie, la passione, prima della politica: “Aver fatto decine di feste dell’Unità mi aveva fatto percepire quella delusione finale, al di là del tortellino, dello gnocco, ma per me era più importante l’elemento dell’aggregazione, quello del popolo che si riuniva, intorno a un’idea di mondo: anche il backstage, quelli che operano dietro le quinte, sono operai, i tanti che lavoravano sotto al sole, sono persone invisibili, chi prepara per altri, gente a cui non viene riconosciuto nulla, gente che andava di fretta, perché facevano un lavoro per vivere ma la loro vita era un’altra, noi avevamo gli applausi, il palco, loro solo la casa che li aspettava…», dice Trampetti nel libro scandito dai versi di “Un giorno credi“, inno-metafora della coscienza autocritica dell’uomo sempre in bilico tra esaltazione e depressione, scosso dalle ambizioni e frustrato dalle scelte contingenti, da quei “falsi incidenti” che nulla hanno a che vedere con le truffe alle assicurazioni ma molto con gli inganni che si infligge alla propria vita.
“Questo libro unisce diversi rinnegati… quelli che non ci vogliono stare: i liberi, i non omologati, quelli che – come Patrizio Trampetti – pur avendo degli ideali, non sono iscritti a nessun club e non hanno ceduto alle imposizioni ideologiche, sperimentando là dove li portava l’ispirazione e non l’ambizione”, scrive Lucilla Parlato nel preludio-prefazione.
I falsi incidenti e i nuovi traguardi
“Mentre tu sei l’assurdo in persona, e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente”, è la frase finale di “Un giorno credi”. Per Luca Maurelli, “Patrizio forse si rivolge all’uomo, all’umanità, quando parla di assurdità e di alibi con versi che parlano a tutti e a nessuno…”.
L’interpretazione di “Un giorno credi” di Trampetti
Il libro, scritto a canone inverso con capitoli invertiti, come un conto alla rovescia che inizia dalla fine, si chiude con un sogno premonitore di Trampetti. “Patrizio aveva suonato a lungo con un pastore, italiano, non tedesco, siciliano, un vero pastore con i calli sulle mani che puzzano di formaggio. ‘Quando ti senti solo e hai paura devi suonare e farti coraggio’, gli aveva detto l’uomo-pecora diventato un grande musicista dalla scorza soffice come una ricottina. ‘Quando ti senti solo…’. Quella frase gli aveva ricordato qualcosa. ‘Quando ti alzi e ti senti distrutto…’. Il vecchio montanaro oggi lo chiamano il Dio del Tamburo, è Alfio Antico, un siciliano tutto d’un pezzo, antico ma più moderno i un brano dei Coma_Cose sulle caramelle da ciucciare…”.
Con il “tamburo di Dio” è nato un disco, per l’etichetta Laboratori di Provincia, “Anime delle due Sicilie”, un lavoro discografico che segna l’incontro tra quattro “anime resistenti” della musica italiana e mediterranea: Patrizio Trampetti, Alfio Antico, Jennà Romano e Amedeo Ronga, un esperimento di musica dalle radici etniche proiettata nel futuro, capace di fondere la forma-canzone con l’oralità popolare in una struttura assolutamente contemporanea. I brani affrontano temi profondi come la memoria storica, la crudeltà della guerra e l’identità mediterranea, rifiutando le etichette convenzionali.
Un disco che unisce tradizione e ironia sull’attualità
La forza del progetto risiede infatti nella caratura dei suoi protagonisti, quattro virtuosi che hanno intessuto ogni traccia dell’album: Patrizio Trampetti, che la tradizione l’ha coltivata con la Nuova Compagnia di Canto Popolare ,Alfio Antico, visionario costruttore e suonatore di tammorre che ha collaborato con giganti come De André e Dalla, Jennà Romano, leader dei Letti Sfatti e vincitore del Premio Ciampi, polistrumentista “provinciale e sconfinato” capace di far dialogare mondi apparentemente distanti; Amedeo Ronga, contrabbassista di grande sensibilità, è da oltre vent’anni legato ad Alfio Antico da un sodalizio musicale quasi “telepatico”. Il cerchio si chiude, ed è un cerchio magico, come sempre, quando c’è Trampetto di mezzo.