Il centrodestra tiene il punto
Legge elettorale, opposizioni in trincea. Bignami: “Fanno a gara contro Meloni, ma l’instabilità la pagano gli italiani”
Il capogruppo di FdI alla Camera spiega: «In 10 anni di instabilità politica abbiamo pagato 265 miliardi di euro di interessi sui titoli di Stato. Un costo altissimo che si sarebbe potuto evitare»
«Questa riforma vuol consentire a chi prende un voto in più di poter governare stabilmente per 5 anni». Galeazzo Bignami chiarisce subito l’obiettivo della nuova legge elettorale. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera difende il nuovo testo, già ribattezzato “Bignami bis”, nel giorno in cui la maggioranza imprime all’iter parlamentare una direzione precisa: approdo in Aula a Montecitorio il 26 giugno, voto alla Camera entro luglio, passaggio al Senato entro agosto. La rotta è tracciata.
“Chi prende un voto in più deve poter governare”
È una riforma che tocca il nervo scoperto della legislatura: come trasformare il consenso in stabilità senza sacrificare la rappresentanza. Bignami tiene il punto. Il fatto che il testo porti il suo nome gli fa piacere «il giusto». La soddisfazione personale, lascia intendere, conta poco rispetto a una scelta fatta per il Paese. «Soprattutto, mi fa piacere che questa riforma risponda efficacemente ai due princìpi cardine indicati dalla Corte Costituzionale: la rappresentatività e la governabilità».
Il testo alla Camera
Il nuovo testo arriva dopo settimane di vertici tra leader e tecnici del centrodestra di governo. La struttura resta quella annunciata: impianto proporzionale, premio di maggioranza alla coalizione o alla lista che superi il 42 per cento in entrambe le Camere, distribuzione proporzionale dei seggi se quella soglia non viene raggiunta. Le soglie d’accesso restano basse, al 3 per cento per i partiti in coalizione o per chi corre da solo. Il premio, però, non potrà portare la maggioranza al 60 per cento dei seggi, così da evitare la soglia dei due terzi che consentirebbe modifiche costituzionali senza referendum confermativo.
Il calendario è il vero detonatore. Le opposizioni, da solito copione di giornata, accusano il centrodestra di “forzatura”, quasi trattasse la legge elettorale come un decreto. Bignami così ribalta l’accusa: «Ma insomma! Ne avevamo parlato abbondantemente, noi e loro. Ci avevano detto: presentate il testo e poi ne discutiamo. Ora invece non va più bene! Non capisco questo gioco dell’oca, lo dicano se non vogliono più andare avanti».
Per la sinistra è sempre una gara contro Meloni
Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e +Europa già si lamentano, nonostante siano stati «accolti i loro rilievi». E come ricorda Bignami: «Lasciano pensare quelle parole di Conte al Corriere della Sera neanche un mese fa…», quando definì la riforma «da bocciare». Per l’esponente di FdI, quella posizione aveva il sapore di «un chiaro messaggio in bottiglia rivolto all’esterno. Della serie: nessuno faccia il furbo, in questa eterna corsa tra loro a chi è più bravo a fare l’opposizione al governo».
È il passaggio più politico dell’intervista. Bignami non contesta soltanto il dissenso dell’opposizione; ne mette in discussione la linearità. Prima la richiesta di vedere un testo, poi la denuncia dell’accelerazione appena il testo viene depositato. Prima l’apertura al confronto, poi il muro sul calendario. La maggioranza usa questa contraddizione come argomento per andare avanti.
La stabilità come costo dello Stato
La parola scelta dalla maggioranza è “Stabilicum”. Non “Bignamicum”, precisa il diretto interessato. Il punto non è intestarsi una riforma, ma fissare un principio: chi vince deve poter guidare davvero l’Italia. Bignami porta il discorso fuori dal recinto delle formule elettorali e lo lega ai conti pubblici. Cita uno studio dell’economista Marco Fortis: «In 10 anni di instabilità politica abbiamo pagato 265 miliardi di euro di interessi sui titoli di Stato. Un costo altissimo che si sarebbe potuto evitare».
Il messaggio è chiaro: l’instabilità non è solo un problema di palazzo, ma una voce di spesa. Governi deboli, maggioranze composite, legislazioni interrotte o riscritte hanno un costo finanziario, oltre che politico.